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Documenta ad Atene non convince

musei e biennali

Documenta ad Atene non convince

Bonita Ely, Plastikus Progressus: Memento Mori, 2017, various materials, installation view, Athens School of Fine Arts (ASFA), documenta 14,  photo by Stathis Mamalakis
Bonita Ely, Plastikus Progressus: Memento Mori, 2017, various materials, installation view, Athens School of Fine Arts (ASFA), documenta 14, photo by Stathis Mamalakis

Mentre a La Valletta l'Eurogruppo intimava al governo greco un ulteriore giro di vite in cambio dell'accordo sul debito in scadenza, il presidente tedesco inaugurava ad Atene la 14ª edizione di Documentain una città immobilizzata dalle proteste di operai e pensionati. Un tempismo che ha causato disagi per il pubblico dell'arte internazionale e ridimensionato il valore percepito di opere dedicate all'attualità come il video di Artur Zmijewski, focalizzato sulla questione degli immigrati, o l'installazione pop di Andreas Angelidakis su abitare e spazio urbano.
Evento. È la prima volta che Documenta, manifestazione quinquennale fondata a Kassel nel 1955 e tra le più rilevanti della scena contemporanea, apre una seconda sede espositiva fuori dalla città tedesca. La proposta è arrivata tre anni fa dal direttore artistico Adam Szymczyk - già alla guida della Kunsthalle di Basilea, e da allora parte del team curatoriale ha traslocato negli uffici del Politecnico di Atene, una delle sedi della scuola d'arte e della manifestazione. Il secondo capitolo di Documenta, in scena a Kassel come da tradizione, inaugurerà il 10 giugno, in corrispondenza con l'arrivo di una spedizione di uomini a cavallo partita dall'Acropoli di Atene questa domenica, una performance dell'artista Ross Birrell di spessore più mediatico che artistico.

L'intero budget di questa edizione, che vede la maggior parte degli artisti invitati contribuire in entrambe le sedi, è 37 milioni di euro, di cui 14,5 provengono dalla città di Kassel e dallo Stato di Hessen, 4,5 dal Governo Federale e il resto comprende sponsor e partner privati, vendita biglietti e merchandising. Ma anche i contributi di Atene e del governo greco, pur non “monetizzati” ufficialmente, sono stati fondamentali, dal momento che Documenta è ospitata da numerose istituzioni pubbliche e private come l'EMST Museo Nazionale di Arte Contemporanea, ilMuseo Benaki, l'ASFA Scuola d'Arte, IlConservatorio Odeion e molti altri spazi tra cinema, appartamenti, associazioni e piazze. Il tutto a fronte, tuttavia, di un dialogo mancato tra Documenta e la scena artistica locale che ha provocato lamentele e polemiche. Dal canto suo, il direttore Adam Szymczyk ha più volte ribadito che questo primo capitolo, intitolato simbolicamente Learning from Athens, non implica un interesse per gli artisti locali, bensì per la città nel suo complesso, icona di una crisi che attraversa capitalismo, immigrazione e vessazione politica internazionale.

Artisti. La mostra abbraccia una tendenza di biennali e collettive a intrecciare percorsi storici e contemporanei, ma qui il risultato gioca spesso a sfavore delle opere recenti o commissionate. Ad esempio, nel Conservatorio Odeion, Documenta tenta di espandere il concetto di continuum dell'esperienza artistica teorizzato dal compositore greco Jani Christou e le sperimentazioni musicali di Eliane Radigue e Pauline Oliveros attraverso opere contemporanee, come gli strumenti-sculture di Guillermo Galindo o la performance di Joar Nango, ma l'intervento curatoriale appiattisce la complessità dei riferimenti e la mancanza di approfondimento – sia in forma di etichette che nel catalogo – rende gli accostamenti assai letterali. Le eccezioni sono poche e disperse, e tra queste c'è la montagna di immondizia pressata in libri di Daniel Knorr (da 5-100 mila euro alla Galleria Fonti, Napoli), i ritratti fotografici inviati al dipartimento curatoriale di Moyra Davey (range da 10.000 dolari in su da Greengrassi, Londra), l'immaginario tedesco sulle tendenze omosessuali greche fotografato da Piotr Uklanski (lavori fotografici da 40-80mila euro da Galleria Massimo De Carlo, Milano, il suo top lot in asta “The Nazis (set of 164)” ha raggiunto 1.053.998 $ nel 2006 e lo scorso 8 marzo sempre “The Nazis (sets A,B,C,D)” è stato scambiato per 375.151 $), e una scultura astratta di Nairy Baghramian ispirata a una storia di Jane Bowles (in asta tra 9-15mila dollari). Tra le presenze storiche, invece, a risollevare le sorti della mostra ci sono la monumentale serigrafia in tessuto “Interior Decoration” (1981) di Beatriz Gonzalez, in prestito dalla Tate(in asta ha arriva al massimo a 15.600 $), la serie fotografica “School is a Factory” (1978-80) di Allan Sekula, l'installazione video “Gulf War Tv War” (1991-2017) di Michel Auder, disegni di Geta Bratescu e i fili intrecciati di Maria Lai.
La reazione. A fare da contrappeso a una Documenta incapace di onorare le sue promesse istituzionali, sono intervenute istituzioni locali comeNeon, fondata nel 2013 dal collezionista Dimitris Daskalopoulos, che ha collaborato con l'ex YBA Michael Landy alla produzione di un'opera collettiva nella scuola Diplarios. L'artista ha invitato la popolazione a condividere frammenti, frasi, citazioni in forma di immagini per raccontare la vita ad Atene in tempi di crisi, e con il supporto di artisti locali sta trasformando le proposte in opere di argilla e pigmenti nelle nuances della bandiera greca. Al termine della mostra, l'11 giugno, le opere esposte saranno donate ai partecipanti. Lo spazio indipendente State of Concept, invece, ha lanciato per l'occasione Future Climates, un progetto curato da Antonia Alampi e iLiana Fokianaki per discutere precarietà ed economie sostenibili nel campo dell'arte. Accanto a conferenze di professionisti internazionali come l'economista Olav Velthuis, la curatrice Maria Lind e gli artisti e fondatori die-fluxAnton Vidolke e Julieta Aranda, Future Climates ha presentato la performance “Parthenon Marbles” dell'artista Alexandra Pirici, prima all'Acropoli quindi negli spazi di State of Concept. L'opera, centrata sulla annosa questione della mancata restituzione dei marmi del Partenone da parte del British Museum, affrontava il ruolo dell'arte nella società di oggi senza compromessi o giustificazioni “politiche”.

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