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Chi è Victoria Miro, la gallerista inglese che apre a Venezia

MERCATO DELL’ARTE

Chi è Victoria Miro, la gallerista inglese che apre a Venezia

Victoria Miro, Fotografia di Suki Dhanda, Courtesy Victoria Miro Gallery
Victoria Miro, Fotografia di Suki Dhanda, Courtesy Victoria Miro Gallery

Una delle più famose galleriste inglesi ha annunciato che aprirà una nuova sede in Italia: Victoria Miro. Non lo farà nei classici centri del mercato, come Milano o Roma, bensì a Venezia. Sarà perché lo spazio che andrà ad occupare è uno di quelli che veramente hanno fatto la storia dell'arte del dopoguerra nel nostro paese: l'ex-galleria Il Capricorno di Bruna Aickelin nel sestiere di San Marco, aperta nel 1971 e famosa per aver ospitato artisti chiave del XX secolo come Lucio Fontana, Piero Manzoni, Cy Twombly e Robert Rauschenberg.

La data d'inaugurazione è il 9 maggio (apertura al pubblico dal 10 maggio), in occasione dell'anteprima della Biennale di Venezia. La prima mostra sarà una personale di Chris Ofili, uno degli Young British Artists, Turner Prize nel 1998, che ha scandalizzato il mondo con la sua Vergine Maria contorniata dallo sterco d'elefante (opera poi venduta all'asta da Christie's nel 2015 dal collezionista David Walsh per 2,9 milioni di sterline). «La mostra inaugurale, intitolata “Poolside Magic”, metterà insieme per la prima volta una serie di opere a pastello, carboncino e acquarello su carta con un price range di 55.000-75.000 dollari» anticipa Victoria Miro ad ArtEconomy24. «Le opere si ispirano a temi di magia e mutevolezza e fanno riferimento al paesaggio di Trinidad, dove l'artista vive, ma il tema dell'acqua è sicuramente pertinente a Venezia. Segna il ritorno dell'artista nella città lagunare, dove Ofili ha rappresentato la Gran Bretagna alla Biennale del 2003».

Ma a che cosa si deve la decisione di aprire a Venezia? «Venezia è una città amata dagli artisti e il fatto di poter dare ai nostri artisti l'opportunità di ispirarsi e esporre in questo ambiente è stato un fattore chiave per la nostra decisione» risponde Victoria Miro, «così come lo è stato la mia lunga amicizia con Bruna Aickelin. Abbiamo lavorato insieme per molti anni e da tempo parlavamo dell'eredità de Il Capricorno. Le sono estremamente grata per aver affidato a noi questa bellissima e unica galleria».
Lei stessa ha aperto la sua galleria più di 30 anni fa. «Quando ho iniziato la mia attività a Cork Street a Londra nel 1985, il mondo dell'arte e il mercato erano di dimensioni molto limitate» racconta la Miro. «C'erano solo l'Europa occidentale e il Nordamerica. Oggi è tutta un'altra cosa. Ci sono mercati molto forti in Cina, Sudamerica e Medio Oriente, partecipiamo a 10-12 fiere all'anno, il mercato dell'arte è veramente globale».

Definita la “grand dame dell'arte britannica”, Victoria Miro proviene da una famiglia semplice, ha studiato arte per diventare pittrice e negli anni 70 ha insegnato arte in una scuola superiore. Anche quando ha aperto la sua prima galleria negli anni 80, ha preso il posto di una galleria d'eccezione, quella di Robert Fraser, uno dei protagonisti della Swinging London degli anni 60, amico dei Beatles e dei Rolling Stones. Già a due anni dall'inaugurazione, nel 1987, fece parlare di sé per aver esposto un'opera di Hans Haacke, “Global Marketing”, formata da un cubo nero sul quale l'artista tedesco elencava gli interessi economici di Charles Saatchi nel Sudafrica dell'Apartheid, motivo per il quale il famoso collezionista non mise piede nella galleria per sette anni.
Alla fine degli anni 80 Victoria Miro fece già un primo tentativo di aprire una galleria in Italia, questa volta a Firenze, che però dovette chiudere quando la crisi colpì il mercato dell'arte nei primi anni 90. «La galleria è sopravvissuta alla recessione degli anni 90 e al crash dei mercati finanziari nel 2008» ricorda Miro, «e quello che stupisce veramente è la resistenza del mercato dell'arte. Non diamo niente per scontato adesso, ma negli ultimi mesi abbiamo avuto vendite molto importanti a privati e musei in fiere come l'Armory, Art Basel a Hong Kong e Art Dubai».

Una crescita del mercato che inizia negli anni 90 quando a Londra scoppia la generazione degli YBA e Victoria Miro si trova a competere con mega-dealer come Jay Joplin e Larry Gagosian. È stata lei a organizzare, nel 1993, la prima personale dei fratelli Chapman (Jake lavorava per lei come tecnico) e a mostrare l'opera “Desasters of the War”, poi venduta alla Tate. Alla stessa istituzione ha venduto nel 2005 la serie di 13 dipinti “The Upper Room” di Chris Ofili per 750.000 sterline: uno scandalo allora, perché Ofili era nel board del museo; un affare oggi, considerato che un singolo dipinto dell'artista arriva a 1,9 milioni di sterline (”Orgena” da Christie's a Londra nel 2010).
Dagli anni 90 Victoria Miro rappresenta altri grandi nomi dell'arte British come Peter Doig e Grayson Perry, che allora era rappresentato da Anthony d'Offay e che le fu consigliato dallo stesso Doig. Dal 2004, invece, rappresenta il lascito dell'americana Alice Neel, che ha rilanciato sul mercato europeo. Dai primi anni del 2000 rappresenta un'altra grande protagonista dell'arte al femminile e, soprattutto, del mercato: Yayoi Kusama.

Ma che cosa prevede Victoria Miro per il futuro del mercato dell'arte, a livello internazionale e in Italia? «È una domanda interessante» risponde la gallerista. «Il mercato è in costante cambiamento: nel decennio passato abbiamo sviluppato un forte network di contatti e clienti nell'estremo Oriente e continuiamo a coltivare lì opportunità interessanti, sia in termini di collezionisti, che di progetti istituzionali e commissioni per i nostri artisti. In Medio Oriente, dove fino a dieci anni fa non vendevamo nulla, ora vendiamo molto. Aprire una galleria a Venezia significa creare un nuovo contesto per i nostri artisti, ma la decisione non è guidata dal mercato».

E in termini di artisti? Chi sono i nuovi nomi che Victoria Miro segue con interesse al momento? «Nel 2016 abbiamo mostrato per la prima volta - nella nostra galleria e in Europa - opere di Njideka Akunyili Crosby, una giovane nigeriana di base a Los Angeles che si ispira a riferimenti storico-artistici, politici e personali per creare composizioni figurative luminose e dense di strati. Al momento a Londra abbiamo in mostra il giovane spagnolo Secundino Hernández, che continua a estendere il suo linguaggio visuale astratto con una nuova serie di dipinti figurativi. Ma è sempre interessante osservare anche il dialogo tra le generazioni: stiamo assistendo ad un aumento di interesse presso un nuovo pubblico per Celia Paul (classe 1959, ndr), che la galleria rappresenta dal 2014 e che recentemente ha fatto il tutto esaurito ad un talk alla Slade School of Fine Art. Di conseguenza è stata inclusa nella collettiva “La Diablesse”, curata dagli stessi studenti tra cui Simone Kennedy-Doig (la figlia di Peter Doig, ndr), e dedicata ad artiste pittrici donne sia emergenti che affermate, tra le quali anche Varda Caivano e Lisa Brice».

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