ArtEconomy24

Arte africana in crescita, ben rappresentata nelle collezioni private…

Mercato dell'arte

Arte africana in crescita, ben rappresentata nelle collezioni private italiane

Ouattara Watts, Matrix 00D, 2005, tecnica mista su tela, 200 x 260 cm, Collezione privata, Courtesy Magazzino Arte Moderna, Roma
Ouattara Watts, Matrix 00D, 2005, tecnica mista su tela, 200 x 260 cm, Collezione privata, Courtesy Magazzino Arte Moderna, Roma

Da ormai una decina d'anni, quando Bonhams ha creato a Londra un dipartimento d'arte africana contemporanea, l'Africa sembra essere l'ultima frontiera del mercato dell'arte. Sono nate fiere specializzate come 1:54, dal 2013 a Londra, poi a New York (5-7 maggio) e ora si parla anche di un'edizione a Marrakech per febbraio 2018, mentre altri hanno organizzato focus speciali sul segmento, come Art Paris due settimane fa a Parigi (30-marzo-2 aprile). Ora anche Sotheby's segue l'esempio e inaugura il suo dipartimento dedicato all'arte africana moderna e contemporanea con un'asta il 16 maggio a Londra.

L'asta. «Il mercato dell'arte moderna e contemporanea dell'Africa si è trasformato drammaticamente negli ultimi dieci anni – ci spiega Hannah O'Leary, Head of African Modern and Contemporary Art di Sotheby's – abbiamo assistito a un aumento esponenziale della domanda da parte dei collezionisti in Africa e della diaspora africana, dei collezionisti d'arte internazionali, ma al momento gli artisti africani rappresentano solo lo 0,01% del mercato internazionale dell'arte».

L'asta del 16 maggio a Londra batterà 116 lotti, tra cui nomi noti come El Anatsui con un arazzo del 2011 da 650-850.000 sterline, un artista le cui opere quasi sempre superano le stime e che tre anni fa da Sotheby's a New York ha segnato il suo record di 1,4 milioni di dollari com Paths to the Okro Farm, 2006.

Ci sarà, poi, Irma Stern con un vaso di girasoli da 350-550.000 sterline, una base ben distante dal suo record: l'olio su tela Arab priest, 1945, battuto da Bonhams a Londra per 3 milioni di sterline nel 2011 da una stima di 1,5-2 milioni. Sotheby's propone anche un manichino di Yinka Shonibare da 120-180.000 sterline (ricordiamo un lavoro simile da Christie's nel 2011, che ha segnato il record dell'artista per 194.500 dollari) e William Kentridge con una scultura da 70-90.000 sterline (un suo grande collage, invece, andrà all'asta da Piasa a Parigi il 20 aprile con una stima di 80-120.000 euro). Il record per l'artista sudafricano è stato segnato da Procession (in 25 parts) per 1,5 milioni di $ da Sotheby's New York (stima 300-400.000 $) nel marzo 2013. L'offerta comprende anche tre opere di Meschac Gaba, tra cui Le Pavé Dans La Mère, 1999, una bandiera realizzata per il suo lavoro seminale Le Musée d'Art Africain esposto a Documenta XI a Kassel e stimato 20.000-30.000 sterline.

Le gallerie. Ma a differenza di altri mercati emergenti, quello dell'arte africana non ha subito, per ora, l'invasione degli speculatori com'è avvenuto nel contemporaneo cinese. A sostenere e difendere la scena artistica del continente ha concorso la ricchezza di alcuni paesi come il Sudafrica e la Nigeria che hanno favorito lo sviluppo del collezionismo locale. Pur essendo un mercato già inserito nel contesto internazionale, i prezzi sono relativamente contenuti ma in costante aumento, per cui rappresentano ancora un'opportunità per i collezionisti alla ricerca di un'alternativa di grande valore storico, estetico ed economico.

I collezionisti. Tanti collezionisti italiani lo hanno già capito, come testimonia la mostra “Il cacciatore bianco” presso FM Centro per l'arte contemporanea di Milano (fino al 3 giugno), che raccoglie più di 150 opere di 30 artisti contemporanei e altrettanti artisti tradizionali provenienti da più di 30 collezioni private del nostro paese. Il loro “terreno di caccia” - per riprendere l'immagine del titolo della mostra che si focalizza sulla rappresentazione dell'identità africana dal colonialismo a oggi - sono state le gallerie italiane come Continua di San Gimignano e Apalazzo di Brescia, che hanno fatto lavoro di scouting e hanno proposto artisti resi celebri dalle grandi mostre come la Biennale di Venezia e Documenta. Tra questi il ghanese Ibrahim Mahama, visto alla scorsa Biennale di Venezia nel corridoio dell'Arsenale e anche la scorsa settimana ad Atene con una performance in piazza Syntagma. È una sua opera l'ultima acquisizione di arte africana di Bruna e Matteo Viglietta per la Collezione La Gaia, ed è rappresentato anche nella collezione Agi Verona di Anna e Giorgio Fasol, che lo hanno acquistato da Apalazzo di Brescia. “Ho cominciato a comprare arte africana in tempi non sospetti, nel 1999, con un video dell'algerino Abdel Abdessemed pagato 3 milioni delle vecchie lire dalla Galleria Laura Pecci di Milano” racconta Giorgio Fasol. “Poi ho acquistato anche opere di George Adeagbo da Frittelli ArteContemporanea e Kader Attia da Continua”.

L'Ingegner Rosario Bifulco, invece, ha iniziato a collezionare arte africana circa cinque anni fa. “La prima opera è stata un lavoro di Abdoulaye Konatè da Primo Marella” racconta. “Ciò che mi ha affascina dell'Africa, oltre a essere un'economia con grandi opportunità di crescita, è l'energia che questi artisti riescono a trasmettere, una caratteristica che è venuta a scemare nell'arte occidentale”. Tra gli ultimi acquisti, lavori del sudafricano Athi Patra Ruga (1988), della fotografa etiope Aida Muluneh e di Joël Andrianomearisoa, nato in Madagascar.

Non si considera un esperto d'arte africana il notaio Vittorio Gaddi, ma in collezione ha lavori di piccole dimensioni di Wangechi Mutu, in mostra ai Frigoriferi e di recente anche alla Fondazione Prada per la mostra “L'image volée” (comprati da Victoria Miro di Londra nel 2008 e alla Galleria “Il Capricorno” di Bruna Aickelin di Venezia, oggi rilevata anch'essa da Victoria Miro, nel 2011 per circa 25-27.000 euro l'uno), un collage di Kader Attia (acquistato di recente da Continua per circa 18.000 euro), un'installazione di Rashid Johnson (da Massimo De Carlo nel 2011 per circa 30.000 euro) e un piccolo lavoro su tela, già esposto a Villa Croce a Genova, di Ghada Amer (da Massimo Minini nel 2003 per circa € 6.000). «Quando li ho acquistati erano già tutti artisti piuttosto affermati e riconosciuti dal mercato» specifica il notaio.

Come lui, anche i collezionisti Raffaella e Stefano Sciarretta della Fondazione Nomas li considerano a tutti gli effetti parte del mercato internazionale, con un loro valore che si è apprezzato nel tempo. «La prima scoperta è stato Rashid Johnson, acquistato nella Galleria 404 di Napoli, poi Pascale Marthine Tayou e Kendell Geers da Continua, Kia Enda presso Galleria Fonti e Kiwanga da Jerome Poggi» racconta Raffaella Sciarretta. È loro lo storico villaggio africano di Pascale Marthine Tayou esposto nella biennale di Daniel Birnbaum. «Gli artisti africani contemporanei evocano quel senso radicale di appartenenza a un continente che è l'origine del cammino di sapiens sapiens verso altri orizzonti, ma hanno anche in sé quel brusio interiore primitivo: una suggestione che ci ha sempre sedotto».

«Acquistiamo quasi sempre gli artisti quando la loro carriere è ancora in fase di decollo» dichiarano Bruna e Matteo Viglietta. «Così abbiamo fatto con Candice Breitz, che quest'anno rappresenta il Sudafrica alla biennale di Venezia, comprando una sua bellissima installazione alla fine degli anni '90. Così pure Amer e Echakhch erano ancora artiste con quotazioni decisamente ragionevoli. Kentridge e Dumas erano già artisti molto noti e stimati, ma anche in questo caso le loro quotazioni erano decisamente inferiori a quelle attuali».

© Riproduzione riservata