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Studio la Città porta l’Utopia in laguna con Hashimoto e Lukas

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Studio la Città porta l’Utopia in laguna con Hashimoto e Lukas

Gli edifici veneziani si sorreggono solitamente l'un l'altro, come libri su uno scaffale. Non è così per Palazzo Flangini la cui facciata asimmetrica e mozza, riflessa sul Canal Grande, rimane mirabilmente isolata dalle altre case. La sua leggendaria irregolarità ha reso unico l'edificio ideato nella seconda metà del XVII secolo da un discepolo del Longhena, posizionato poco lontano dal ghetto ebraico, vicino alla stazione ferroviaria di Santa Lucia. In questa antica dimora patrizia la galleria d'arte contemporanea Studio la Città di Verona, in concomitanza con l'inaugurazione della 57ªBiennale d'arte di Venezia, ha ideato una elegante e suggestiva mostra site-specific dedicata al tema dell'utopia: «The end of Utopia» ( 12 maggio - 30 luglio), con lavori diJacob Hashimoto ed Emil Lukas, due artisti alla ribalta della scena contemporanea internazionale, entrambi americani. Un dialogo impeccabile tra le antiche decorazione del palazzo e l'arte contemporanea.

La storia della galleria. Hélène de Franchis inaugurò Studio la Città a Verona 48 anni fa. Era il 1969. Oggi la galleria si trova in Lungadige Galtarossa, nella zona degli spazi ex-industriali della città, in un ambiente luminoso dove si tengono ogni anno diverse mostre personali e collettive. La galleria lavora da sempre con i giovani artisti come Jacob Hashimoto e Hiroyuki Masuyama, senza aver mai trascurato i grandi classici dell'arte moderna come Lucio Fontana e Piero Manzoni o i maestri del Minimalismo cromatico Lawrence Carroll, Ettore Spalletti o David Simpson, raffinato pittore americano le cui tele monocrome dai colori cangianti, sensibili alla luce ambientale, sono state collezionate con lungimiranza già negli anni '80 da Giuseppe Panza di Biumo che creò una raccolta straordinaria poi ceduta ai musei americani.

Com’è nata l'idea del progetto per la mostra site-specific a Palazzo Flangini? “Abbiamo spesso organizzato delle mostre site – specific in spazi fuori della galleria – spiega Hélène de Franchis, fondatrice e titolare della galleria Studio la Città. “Questa volta ho pensato che le opere di questi due artisti con i quali lavoro da quando erano dei giovani sconosciuti, si adattassero bene all'interno di un palazzo veneziano. Ho cercato uno spazio che fosse diverso dagli ambienti del contemporaneo, perché trovo importante non vedere l'arte contemporanea solo in scatole bianche e perfettamente illuminate. Venezia ha una visibilità straordinaria nel periodo della Biennale, per cui ho proposto a Jacob Hashimoto ed Emil Lukas di pensare ad una mostra in questa città. Jacob ha già avuto l'esperienza di fare una installazione a Venezia, a Palazzo Fortuny nel 2009 e alla fondazione Querini Stampalia nel 2013, per cui era già preparato. Emil ha accettato con entusiasmo e il risultato è davvero sorprendente!”.

Il fondaco di Palazzo Flangini, ossia il piano terra, è dedicato ai nuovi lavori di Jacob Hashimoto. Qui un'immensa e fluttuante installazione costituita da 8.500 aquiloni neri di carta e bambù realizzati a mano dall'artista, sospesi dal soffitto e assemblati in una spettacolare nuvola ondeggiante, sovrasta le teste dei visitatori. Un'opera elegante, dal forte impatto estetico. Mentre al piano nobile troviamo Emil Lukas, con tre gruppi di opere, «Lens», «Puddles» e «Threads». Alla fine del salone al primo piano, una lente gigantesca, iridescente, costituita da 650 tubi in alluminio assemblati, accoglie gli spettatori e li costringe ad osservare e ad essere osservati. La lente dialoga con i «Puddles» e i «Thread Paintings», trame e accumuli di fili sovrapposti, rotondi o quadrati, che danno vita ad architetture sottilissime e instabili.

Qual è il profilo del collezionista che si accosta alle opere di Hashimoto e Lukas? “I collezionisti che acquistano questo tipo di opere sono abituati a frequentare gallerie e fiere internazionali. Conosco collezionisti in giro per il mondo, avendo fatto per tanti anni tutte le fiere internazionali. Si tratta di collezionisti italiani, europei, statunitensi, indiani.....”

Gli artisti. Jacob Hashimoto è celebre per i suoi raffinati wall works, composti da una cascata di aquiloni colorati e ventagli in carta di riso e bambù, elementi stilistici che rimandano alla cultura giapponese dell'artista. Ha alla spalle un curriculum espositivo di tutto riguardo: le sue opere sono state presentate alla Saatchi Gallerydi Londra, alla Mary Boone Gallery di New York, al MACRO di Roma. Nel 2013, con Studio la Città, Hashimoto ha creato per la Fondazione Querini Stampalia, all'interno degli spazi ristrutturati dalla architetto Mario Botta, una installazione di straordinaria leggerezza , composta sempre da aquiloni in carta di bambù. Le quotazioni dei suoi lavori variano secondo le dimensioni: si parte da 15.000 e si arriva a 75.000 euro. Le opere di Emil Lukas, sono, invece, create utilizzando una vasta e diversificata gamma di elementi, e i prezzi dipendono dalla loro tipologia: i «Thread Paintings» esposti a Palazzo Flangini, ad esempio, realizzati con una trama di fili su una superficie, vanno dai 27.000 ai 65.000 euro. Sono anch'essi conservati in collezioni sia pubbliche che private internazionali, compresa la collezione Panza di Biumo a Varese.

Per Giuseppe Panza di Biumo il denaro era il mezzo, non il fine. Acquistare al momento giusto per lui significava acquistare prima che un artista diventasse famoso. Nei collezionisti di oggi è presente la stessa passione per l'arte o prevale solo l'aspetto speculativo? “Giuseppe Panza è stato un collezionista speciale, ne ho conosciuti pochi, anzi pochissimi come lui” racconta Hélène de Franchis. “È vero che comprava le opere di artisti all'inizio della loro carriera, ma non lo faceva solo per investimento; era curioso e guardava sempre tutto alla ricerca della qualità per avere la soddisfazione di riconoscere e capire un artista all'inizio della sua carriera. Ricordo di avergli venduto una piccola opera proprio di Emil Lukas alla fiera di Basilea all'inizio degli anni 90. Non ricordo bene, ma mi sembra che l'opera costasse al tempo 500 dollari. Emil era totalmente sconosciuto, era la prima volta che partecipava ad una fiera europea. Panza la vide e se la portò via senza fare tante domande, non aveva bisogno di spiegazioni”.

Dopo aver partecipato alle più importanti fiere internazionali, Studio la Città ha deciso di interrompere la sua partecipazione alle art fairs. Cosa l'ha portata a prendere una decisione così in controtendenza? “Ho partecipato alla prima fiera nel 1973 a Düsseldorf. Fu una esperienza fantastica, mi resi conto che non potevo stare in una città piccola come Verona se volevo capire cosa succedeva nel mondo dell'arte; decisi quindi di partecipare alla fiera di Bologna nel 1974 e di Basilea (ad Art Basel la galleria ha esposto sino al 2012, ndr) e così cominciò la mia avventura nel mondo dell'arte. Con gli anni il mondo dell'arte è cambiato; le fiere sono diventate un'altra cosa e ho pensato che dovevo fare qualcosa di diverso per trovare la stessa soddisfazione e piacere. Ho scelto così di organizzare mostre fuori dalla mia galleria dove gli artisti avessero una maggiore visibilità. In questo modo si può fare a meno delle fiere. Si devono incuriosire i collezionisti, organizzare incontri, pensare a delle cose diverse. Non tutti saranno della mia idea, ma bisogna essere più creativi...”.

Studio la città è una galleria dal respiro internazionale, nonostante si trovi in una città piccola come Verona. Per un gallerista non è più facile lavorare all'estero? “Per mille ragioni a volte è più facile lavorare all'estero, c'è meno burocrazia, meno complicazioni... se avessi qualche anno di meno aprirei una galleria fuori dell'Italia, ma non a Londra o Parigi, forse più lontano, in paesi nuovi dove la vita è diversa...dove ci si può inventare un'altra situazione”.

In fondo è ancora possibile farlo. Tutte le rotte portano all'immaginaria isola di Utopia, dove la cultura e la saggezza regolano la vita degli uomini. Bisogna solo trovarla.

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