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L'Open Data per la cultura sostenuta da un bando

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L'Open Data per la cultura sostenuta da un bando

Open Data per la Cultura è un bando promosso da cheFare , Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo , con l'intento di favorire lo studio e la lettura dei dati relativi all'innovazione culturale in Italia. Negli ultimi 5 anni, i bandi promossi da questi enti non hanno soltanto contribuito a finanziare un numero crescente di organizzazioni culturali, ma hanno anche fatto emergere un enorme patrimonio nascosto di pratiche che stanno ridefinendo su scala nazionale il modo di progettare, produrre e distribuire cultura. Dal 20 aprile 2017, sono disponibili sul sito Unidata Bicocca Data Archive più di 3.300 dati anonimi relativi ai progetti che hanno partecipato alle 3 edizioni del bando cheFare , alle 3 edizioni di iC-innovazione Culturale di Fondazione Cariplo e i bandi Open e Ora! Linguaggi contemporanei, produzioni innovative !-Linguaggi-contemporanei-produzioni-innovative di Compagnia di San Paolo.
Con il termine Open Data si intendono quei dati che hanno un'impostazione metodologica basata sull'assenza di proprietà intellettuale e che, in un quadro filosofico più ampio, hanno a che fare con la libertà di accesso dei cittadini alle informazioni, alla riduzioni di sprechi e alla crescita del capitale culturale collettivo grazie al contributo dei singoli stakeholder. L'Open Culture Data è un movimento dal basso che nasce per rendere più accessibile il settore culturale attraverso la pubblicazione online di contenuti (artefatti fotografati, immagini scannerizzate e testi digitali) e metadati incoraggiandone il riuso creativo. Nonostante la mancanza di conoscenza del diritto d'autore rappresenti un freno allo sviluppo del settore, la maggior parte delle istituzioni culturali che hanno aperto i loro database hanno sperimentato un avvicinamento di pubblico sia virtualmente che nella realtà; tra le prime istituzioni che hanno messo in atto questa operazione ci sono lo Smithsonian American Art Museum
Bertram Niessen, presidente e direttore scientifico di cheFare, spiega meglio la questione relativa al loro utilizzo nell'ambito culturale: “gli Open Data offrono da un lato l'opportunità di far conoscere i patrimoni delle istituzioni culturali rendendoli più significativi per il loro pubblico, dall'altro sono un'occasione per i policy makers di comprendere temi e territori, dialogando in modo aperto con altri settori della società. Inoltre, essi costituiscono un'opportunità per i privati che possono basare i propri modelli di business anche su queste informazioni. In Italia, esistono alcuni interessanti progetti di raccolta e sistematizzazione dei dati a opera delle amministrazioni locali, oltre che alcuni progetti pilota del Mibacht.

Ad ogni modo, Il lavoro più significativo proviene dall'effervescenza delle comunità di base, che si riuniscono in momenti collaborativi per analizzare, armonizzare e valorizzare tutti i tipi di dati”. In Europa la situazione è molto più sviluppata e molte importanti istituzioni culturali organizzano percorsi pubblici per valorizzare in questo modo i propri archivi e per costruire nuovi dialoghi con i propri pubblici. Uno dei progetti istituzionali più interessanti si chiama Europeana Collections ed è una piattaforma cofinanziata dall'Unione Europea che mette a disposizione ben 53.870.254 tra artefatti, libri, video, opere d'arte e file musicale.
Da questo contesto e dalla volontà di sistematizzare i dati provenienti dai numerosi bandi nati negli ultimi anni sull'innovazione culturale in Italia, nasce il bando Open Data per la Cultura. Già nel 2015 cheFare, Fondazione Cariplo e Fondazione Fitzcarraldo decisero di pubblicare in formato open i dataset relativi alle prime due edizioni del bando cheFare e iC-Innovazione Culturale per mettere questo patrimonio di conoscenza a disposizione di ricercatori, innovatori, progettisti culturali, policy makers e imprenditori . Nell'edizione del 2017 si è fatto un salto in avanti perché, oltre a mettere a disposizioni dei dataset anonimizzati, è stata aperta anche una call nazionale sull'interpretazione e la rappresentazione dei dati con l'intento di mostrare la potenzialità dell'approccio Open Data per il settore culturale. “Il bando ha 3 obiettivi ¬- afferma Niessen -: il primo è la costruzione di un archivio open e anonimizzato con le informazioni relative a oltre 3.300 progetti culturali. Il secondo è la chiamata alla letture di questi dati di tutti i ricercatori e professionisti italiani nelle discipline che hanno a che fare con i dati, dalla sociologia all'economia passando per la statistica, e con le loro possibili rappresentazioni, dalla media art all'information design; la terza è la costruzione di un archivio accessibile di tutti gli elaborati. Il quadro complessivo è quello dell'ampliamento della cultura dell'accesso e della trasparenza nel settore culturale, non intesa in senso esclusivamente tecnico, ma anche dal punto di vista della capacità di leggere e raccontare dati”.

Dal 15 maggio al 13 luglio i candidati possono caricare i propri elaborati sull'apposita pagina del sito di cheFare. Una giuria tecnica valuterà le proposte sulla base di 4 criteri: innovatività – presenza di elementi di novità rispetto agli attuali modelli di visualizzazione dei dati; replicabilità - possibilità di replicare lo stesso tipo di analisi su nuovi data set compatibili con quelli analizzati; comunicabilità - facilità nel riutilizzo degli elaborati per altri canali e piattaforme; ibridazione - uso di altre fonti di dati e loro integrazione efficace nei termini dell'aumento del livello di informazione complessivo. Saranno selezionati due vincitori che riceveranno il riconoscimento di 1.500 e 500 euro rispettivamente per il primo e il secondo posto. Tutte le proposte verranno inoltre registrate su Creative COmmons per creare un primo database comune di lettura di dati culturali. “I prossimi passi potrebbero essere molti e diversi tra loro - conclude Niessen - nuovi archivi, più grandi e completi, degli hackaton pensati appositamente e momenti di confronto tra discipline artistiche e scientifiche solitamente lontanissime tra loro; tutto questo con l'obiettivo di rendere l'arte e la cultura significativa e al passo con l'era digitale”.

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