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Carolee Schneemann: un'artista contro i benpensanti di sempre.…

MERCATO DELL’ARTE

Carolee Schneemann: un'artista contro i benpensanti di sempre. Parola di Wendy Olsoff (galleria P.P.O.W.)

Carolee Schneemann in Salzburg, 2015 (Foto: Andy Archer)
Carolee Schneemann in Salzburg, 2015 (Foto: Andy Archer)

Per cinquant'anni l'artista americana Carolee Schneemann ha messo in discussione un certo sguardo sulle donne carico di pregiudizi eppure diffuso, forzando categorie, consuetudini e tabù con opere ispirate e trasgressive tra cui dipinti gestuali, ambienti cinetici, performance, happenings, film e fotografie. Esponendo spesso il corpo suo e quello dei performer alla nudità, Schneemann ha prodotto alcune tra le più iconiche e provocatorie performance della storia dell'arte recente. Da Eye Body: 36 Transformative Actions (1963), dove abolisce la distanza concettuale tra soggetto e oggetto artistico con specchi rotti, pittura e oggetti fallici, a Meat Joy (1964), un progetto collettivo coreografato nei dettagli dove i corpi dei performer si muovono sensuali in un campo pittorico corredato da salsicce, carne cruda e pesci; fino all'opera ancora oggi più dibattuta, Interior Scroll (1975), in cui in piedi su un tavolo recita un testo mentre lo estrae dalla vagina.

Tanto ha influenzato quanto ha scioccato, scandalizzato e disturbato la società americana Carolee Schneemann, e solo nel 2015, al Museum der Moderne di Salisburgo, ha avuto la sua prima grande e meritata retrospettiva; poi, a due anni di distanza, è arrivato il Leone d'Oro alla Carriera nella 57. Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia – VIVA ARTE VIVA e, infine, la mostra al MMK di Francoforte tutt'ora in corso, che viaggerà al MoMA PS1 di New York quest'autunno riportando simbolicamente le opere d'arte a casa. A prima vista si direbbe un percorso lineare di eventi consecutivi e di qualità, per un artista che nel 2015 però stava per compiere 76 anni, e tra le due mostre, a Salisburgo e Francoforte, ci sono stati rigetti, silenzi e poi un vuoto progettuale che avrebbe potuto causare un ulteriore ritardo nel riconoscimento del suo lavoro a livello internazionale. Ed è così che le due gallerie che la rappresentano - P.P.O.W. di New York e Lelong a Parigi – hanno deciso di intervenire, pagando un magazzino specializzato per tenere la mostra in Europa, in attesa di un museo audace abbastanza da dare voce e spazio all'opera di Schneemann.

“Lavoro con lei dalla fine degli anni '90, mi fu presentata da una curatrice della Tate di Londra, oggi al Whitney” racconta Wendy Olsoff, titolare della galleria newyorkese P.P.O.W., e aggiunge “la sua prima mostra da noi fu un successo di critica, uscì anche un profilo dell'artista sul New York Times, eppure il mercato non rispose”. Da allora le mostre in galleria non sono mancate e, di pari passo, sono cresciuti gli articoli e la platea di sostenitori ispirati dal suo lavoro, ma i collezionisti sono un fatto recente, proprio come i musei. “Nonostante il lavoro di Schneemann sia sempre stato considerato rilevante, al punto da influenzare cinque generazioni di artisti, il mercato l'aveva etichettata come artista della performance e non riteneva opportuno investire nelle opere materiali, come i dipinti e le installazioni, che sono in realtà parte integrante della sua identità” spiega Olsoff. Un errore di valutazione forse, oppure un pensiero consapevole teso a marginalizzare un'artista il cui lavoro toccava questioni irrisolte della società con spirito radicale e anticonformista.

“Accanto all'acquisizione dei suoi scritti da parte del Getty Research Institute e di Stanford University, l'intervento che più ha contribuito alla visibilità di Carolee sul mercato del collezionismo, sbloccando certi meccanismi, è stato quello del Museum of Modern Art, che è l'istituzione di riferimento nella rilettura dei percorsi artistici dagli anni '70” ricorda Olsoff. Il museo ha comprato nel 2008 e poi di nuovo nel 2015, rafforzando la presenza dell'artista nella collezione con alcune pietre miliari del suo percorso, da “Four Fur Cutting Board” (1962) a “Eye Body: 36 Transformative Actions for Camera” (1963), e a oggi la forbice dei prezzi è assai aperta, con disegni a partire da 20mila euro fino ad arrivare a 900mila dollari per le installazioni, e suoi collezionisti – ancora soprattutto donne – si trovano in Italia, Polonia, America e Svizzera.

“Collaboro spesso con artisti, ho organizzato mostre a Carolee Schneemann, Nancy Spero e Betty Tompkins, ma non per lo svantaggio che certo hanno nel mercato dell'arte nè per spirito femminista” spiega Olsoff, ma perché “considero il loro progetto rilevante”. Il successo di molte artiste che hanno lavorato ai margini della scena museale e commerciale è merito di gallerie che come P.P.O.W. hanno spostato il baricentro di un sistema compatto e impermeabile accogliendo un'arte che sperimentava linguaggi e tecniche e rivendicava al contempo i diritti delle donne o di altri soggetti discriminati dalla società. Come nel caso di David Wojnarowicz, artista e attivista americano morto di Aids nel 1992, rappresentato da P.P.O.W, che ne ha esposto le opere per la prima nel 1984, e protagonista di una importante mostra retrospettiva al Whitney Museum di New York l'anno prossima.

“Credo molto nella funzione educativa della mia attività” spiega Wendy Olsoff, e aggiunge “in questi giorni sto leggendo una biografia dell'artista Alice Neel: quando è emersa nella scena degli anni '20 non c'erano modelli femminili per lei in questa professione, l'unico ruolo possibile era quello di madre”. Poi sono arrivate Carolee Schneemann, Maria Lassnig, Marilyn Minter e tante altre artiste donne che con la loro militanza hanno rovesciato gli schemi del possibile e oggi ricevono riconoscimenti e mostre museali, ma quanto è lunga ancora la strada per la parità di genere?

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