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Disubbidienza della Poesia Visiva

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Disubbidienza della Poesia Visiva

«Lettera  a Mirella Bentivoglio»,  senza data, di Enzo Patti,   37 x 23 cm
«Lettera a Mirella Bentivoglio»,  senza data, di Enzo Patti, 37 x 23 cm

C’è una regola che i collezionisti d’arte dovrebbero sempre seguire, particolarmente vera nel caso della Poesia Visiva: non farsi ingannare dalla firma, ma chiedersi sempre se l’opera è bella ed importante in sé. È il consiglio del collezionista Giuseppe Garrera, perché la Poesia Visiva ha attraversato anni eroici, radicali, che hanno prodotto opere di grande forza che il compratore attento può acquistare a prezzi molto accessibili, dai 100 ai 5.000 euro, ma ha vissuto anche tempi meno splendenti, quando è stata snaturata dal mercato. «Nasce come una sorta di guerriglia nei confronti della lingua intesa come potere, legge, burocrazia, scuola, comunicazione» spiega Garrera, «è una sorta di disubbidienza civile che passa attraverso la distruzione della grammatica e della sintassi». Siamo alla fine degli anni ’50, i centri sono Genova con Martino e Anna Oberto, Ugo Carrega, Rodolfo Vitone; Firenze con Lamberto Pignotti, Eugenio Miccini, Lucia Marcucci, Ketty La Rocca, Luciano Ori; e Napoli con Luigi Castellano, Luciano Caruso, Mario Diacono, Emilio Villa, Sarenco. Creano gruppi come Gruppo 70 e Documento Sud, che dialogano tra loro e con i colleghi europei fino a culminare nel festival “Parole Sui Muri” a Fiumalbo, nel 1967, con 100 artisti da tutto il mondo. Tra i promotori, Adriano Spatola, teorico della poesia totale.

Non hanno mercato, se non quello all’interno delle realtà promosse dagli stessi artisti: Centro Tool di Carrega a Milano, Studio Brescia di Sarenco e Tèchne di Miccini a Firenze. «Il problema è che questi artisti non facevano parte né del mondo della poesia, né del sistema dell’arte» spiega Garrera, «e, al momento della notorietà, alcuni cedettero alla tentazione del quadro, della cornice snaturando la loro arte di protesta. Siamo tra gli anni ’80 e ’90, quando, con il ritorno alla pittura, il gallerista non poteva vendere il ciclostilato e chiedeva agli artisti opere più appetibili».

Allora il consiglio, oggi, è di andare a cercare le opere storiche (non solo quadri, ma anche collage, libri, riviste, oggetti) negli studi bibliografici, come lo Studio Maffei di Torino, che ha presentato un’ampia selezione di Poesia Visiva ad Artissima 2016. «Mi sembra di avvertire un crescente interesse per un mondo che sino a qualche anno fa dialogava solo con una nicchia di mercato» dichiara Paola Maffei, vedova del fondatore Giorgio Maffei, di cui porta avanti il lavoro. «Artisti che hanno avuto un grande successo, anche internazionale sono Irma Blank, Maurizio Nannucci e Franco Vaccari. Meno fortuna hanno avuto, per ora, quelli esclusivamente di ricerca, più “difficili”, per i quali è più complicato trovare una via “commerciale”».

Altri punti di riferimento sono L’Arengario a Brescia e Derbylius a Milano. «Finora i collezionisti si sono dedicati all’arte concettuale e cinetica» spiega la fondatrice Carla Roncato, «mentre la Poesia Visiva è rimasta un mercato di nicchia perché richiede tanta cultura e alla base c’è anche un’ideologia politica. Va studiata. Ma ora sta recuperando terreno. Fino a un paio di anni fa si comprava con poco: un Carrega in formato A4 del ’63 costava 300-500 euro, ora 1.200».

Una particolare attenzione meritano le donne. «Storicamente condannate all’analfabetismo, furono le più radicali, perché per loro la lingua era lo strumento di sottomissione della società patriarcale» dice Giuseppe Garrera. Alcune rinunciarono ad usare carta e penna in favore del gesto, come Ketty La Rocca, l’unica che sul mercato è già un mito. «Negli ultimi tre anni è entrata nella collezione del Pompidou e della Gam di Roma» riferisce Iris Kadel della galleria tedesca Kadel Willborn, che la rappresenta dal 2013. «Nel 2015 le abbiamo dedicato un solo show ad Art Basel con grande successo». Altre ancora da riscoprire, a prezzi sui mille euro, sono Mirella Bentivoglio, con il suo spirito ludico; Patrizia Vicinelli, con la sua scrittura basata sulla sillabazione; Lucia Marcucci, che usò la lingua della pubblicità per smascherare la società di massa e Betty Danon, che ha lavorato sul rapporto tra scrittura e suono.

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