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De Bellis: bilancio di un anno al Walker Art Center

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De Bellis: bilancio di un anno al Walker Art Center

È stato un rientro in Italia pieno di impegni quello del curatore italiano Vincenzo de Bellis, co-fondatore dello spazio no profit milanese Peep Holee direttore per tre edizioni della fieraMiart fino alla partenza, a giugno 2016, come curatore al Walker Art Center di Minneapolis, in Minnesota. L'8 settembre scorso, infatti, ha inaugurato ufficialmente il suo programma espositivo presso la prestigiosa istituzione americana con una personale di Nairy Baghramian, che ha popolato le sale del museo con le sue misteriose sculture amorfe. Nel frattempo, in Italia, prosegue la sua collaborazione con la collezione privataADN collection di Bolzano, ed è iniziato anche il programma di Peep Hole, che continua la sua attività in modo nomadico dopo aver lasciato gli spazi dellaFonderia Battaglia di Milano. Nella nuova posizione di direzione artistica della Fondazione Furla, il team di Peep Hole ha dato il via al progetto «Furla Series #1», che si compone di una serie di performance co-prodotte dal Museo del Novecento. A esordire è stata l'artista e coreografa italo-americana Simone Forti (con la curatela di Bruna Roccasalva coadiuvata da Iolanda Ratti, e con l'assistenza di Laura Frencia e Stefania Scarpini).

Mi racconti quali sono state le tue esperienze all'estero prima del Walker Art Center?
Dal 2006 al 2008 ho studiato al Centre for Curatorial Studies del Bard College, nello stato di New York, e prima di partire, a febbraio 2016, ho curato la prima mostra in Inghilterra dell'artista Betty Woodman all'ICA di Londra.
Hai assunto l'incarico di curatore al Walker Art Center l'anno scorso: cosa hai lasciato alle spalle e cosa, invece, gestisci a distanza?
La mia collaborazione con Miart è terminata con l'edizione 2016 della fiera, mentre resta il mio coinvolgimento con Peep Hole e la collaborazione con ADN Collection a Bolzano.
Qualche tempo fa avevo letto il tuo nome tra i membri dello Steering Committee Arte Contemporanea fondato dal MiBACT e dal Comitato delle Fondazioni presieduto da Patrizia Sandretto Re Rebaudengo. È un incarico che hai mantenuto?
Lo Steering Committee è un organo nato dalla collaborazione di pubblico e privato per formulare proposte di legge che riguardano il settore dell'arte contemporanea. Sono stato chiamato dal Ministero a giugno 2015 per occupare la posizione di esperto di settore accanto a Francesco Manacorda, selezionato invece dal Comitato delle Fondazioni. Ma quando ho saputo che sarei partito per Minneapolis mi sono dimesso perché non avrei potuto partecipare agli incontri, e adesso quel ruolo è stato assunto da Chiara Parisi.
Parliamo della tua nomina al Walker Art Center: quando e come?
Il primo incontro risale a molto tempo fa, e la conversazione è durata più di un anno. Conoscevo la direttrice esecutiva Olga Viso e il direttore artistico Fionn Meade dai tempi del Bard, e loro erano al corrente dell'attività di Peep Hole a Milano. Con Fionn, in particolare, siamo stati colleghi, abbiamo studiato insieme e siamo rimasti in contatto avendo molti interessi in comune. Entrambi sono venuti a Milano nel 2015 in occasione di Miart, poi hanno aperto delle posizioni, volevano cambiare lo staff curatoriale e cercavano una persona che somigliava al mio profilo. A maggio ci siamo visti di nuovo nella settimana di inaugurazione della Biennale di Venezia, poi abbiamo avuto un colloquio ufficiale a New York e numerose telefonate via skype per risolvere la questione del visto.
Quale è stata la tua esperienza con il visto?
Se un'istituzione americana ti offre un lavoro ci sono due possibilità: la prima è chiedere il visto come persona fisica, ed è più complesso da ottenere, ma il risultato più duraturo. La seconda opzione è che sia l'istituzione a sponsorizzarti. Nel mio caso è stato richiesto un visto O-1B per individui con risultati eccezionali nei campi di arti, cinema e televisione, che è lo stesso che si usa anche per artisti e attori. Si tratta di un visto che è più flessibile dell'altro ma che richiede molta documentazione – 10 esperti da tutto il mondo devono rilasciare dichiarazioni rispetto alle tue competenze – e non facile dal punto di vista della gestione familiare.
Come è lavorare al Walker Art Center?
L'istituzione ha un organico di 150 persone e ha una sua collezione, come un museo. La differenza sta nell'organizzazione dei dipartimenti artistici, che è atipica rispetto alla classica distinzione tra pittura e scultura. Qui le categorie sono arti visive, architettura e design, immagini in movimento, arti performative, educazione e public program. Lo staff curatoriale include tre curatori senior, io e altri due colleghi, ognuno con un compito specifico, diciamo “manageriale”. Io mi occupo di strategia e curo una grande mostra all'anno. Poi c'è un curatore della collezione e un curatore dedicato al management delle mostre – calendario, contrattualistica e tour dei progetti espositivi.
Il tuo incarico è molto ambito, cosa credi abbia convinto la direzione del museo a sceglierti?
Ha contato l'esperienza di Peep Hole, mentre sul mio impegno come direttore di fiera a Miart non mi hanno chiesto nulla. Ed è stata una sorpresa: ti fai l'idea che i musei americani siano delle aziende e che l'esperienza manageriale sia vincente rispetto a quella artistica, soprattutto di fronte a candidati con ruoli più istituzionali. Ma in questo caso è stato il contrario: il Walker, infatti, promuove numerose commissioni e lavora direttamente con artisti ed Estate. Così, al momento di intervistarmi, le richieste si sono concentrate sugli ultimi 7/8 anni di mostre personali e collaborazioni istituzionali. Poi entrambi i direttori del Walker hanno visitato «Ennesima», la mostra sull'arte italiana che ho curato in Triennale. Sono venuti con tre membri del board del museo e hanno apprezzato contenuti, allestimento e gestione degli spazi. Nonostante ciò, la mia esperienza in fiera adesso mi serve molto e serve anche al museo: la fiera è una biennale che succede in tre giorni. Le gallerie arrivano tutte insieme, devi occuparti davvero di tutto – dai contenuti agli aspetti tecnici - ed è un'ottima palestra per il problem solving.
Hai fondato Peep Hole nel 2009 con Bruna Roccasalva e Anna Daneri. A cosa hai lavorato prima?
Ho iniziato a lavorare alla Gamec con uno stage, poi sono diventato assistente curatoriale nel 2004-5 e nel 2007 ho collaborato nella stessa veste al Museiondi Bolzano. Ho iniziato come tutti, facendo fotocopie.
Qual è la differenza tra musei americani e italiani?
La differenza più eclatante è nell'organizzazione: in America non c'è niente di improvvisato. Al Walker Art Center programmiamo a tre o quattro anni di distanza, e adesso sto lavorando per 2020 e 2021. Ho potuto inaugurare poche settimane fa la mostra personale di Nairy Baghramian perché ho iniziato a collaborare per il museo a dicembre 2015. Allora stavo aspettando il visto ma avevo già un contratto speciale da consulente. Ho contribuito anche nella produzione della mostra di Jimmie Durham, ma in veste di “coordinating curator”, che sarebbe il curatore del museo che ospita una mostra da un'altra istituzione. Il “coordinating curator”, a livello di mansioni, si occupa solo dell'allestimento e non dei prestiti e del trasporto.
Mostre in tour e mostre co-prodotte sono spesso la stessa cosa, o mi sbaglio?
In Europa e dunque anche in Italia non c'è differenza: le mostre in tour sono sempre co-prodotte. Le spese si dividono al 50% e tutti i musei coinvolti lavorano con l'artista per definire il progetto. In America, invece, le mostre in tour sono un pacchetto. La mostra personale di Jimmie Durham arriva dall'Hammer Museumdi Los Angeles, che ha fatto la ricerca, scelto i contenuti del catalogo e le opere da esporre. I musei che aderiscono al progetto pagano una fee, ma è il museo “madre” che si occupa di tutti i prestiti e aggiorna i contratti per la durata del tour. La fee varia in funzione della dimensione della mostra: quella di Jimmie Durham è impegnativa perché prevede prestiti da tutto il mondo, e quindi anche trasporti costosi. Quindi la fee che dai al museo “madre” è intorno ai 100mila dollari. A ciò devi poi aggiungere i costi locali di allestimento, trasporto e assicurazione. Nella proposta è tutto specificato: sai qual è l'ammontare della fee e i cosiddetti pro-rated costs.
Cosa ti manca del sistema dell'arte italiano?
Qui si lavora bene, hai tempo di fare ricerca, e puoi viaggiare perché c'è rispetto per la ricerca. Il tempo che io passo in Italia vale tanto quanto stare fisicamente dentro al museo. Il tempo che ti serve per pensare una cosa, l'ozio creativo, è considerato lavoro mentre in Europa e in Italia non esiste. Però mi manca la flessibilità: quando si pensa un progetto e si chiude la check-list due anni prima dell'inaugurazione qualcosa resta sempre fuori, soprattutto nel caso di artisti emergenti o riscoperti di recente. Non ti è concessa l'improvvisazione.
Pensi che oggi andare all'estero sia un “passo obbligato”?
In Italia ci sono istituzioni come Museion a Bolzano e Madrea Napoli che dal punto di vista espositivo, allestitivo e contenutistico non hanno niente da invidiare ad altre istituzioni nel mondo. Hanno un profilo di grande qualità, e anche se tutti si lamentano questi musei italiani sono la prova vivente che tutto si può fare. A me è capitata un'opportunità e l'ho presa. Alle condizioni giuste tornerei in Italia: non penso che sia nulla di meno e nulla di più dell'America.
Ha un termine prestabilito la tua collaborazione con il Walker Art Centre?
Ecco un'altra differenza con l'Italia: il mio contratto non ha una scadenza, né una durata. Il museo può decidere di mandarmi via domani, e io posso andarmene oggi. Certo è un iperbole, ma il concetto è che si tratta di un rapporto di fiducia da entrambe le parti. Se andiamo d'accordo, tutto procede, altrimenti ci separiamo e nessuno ha nulla cui appigliarsi. A me questa consuetudine contrattualistica americana piace molto, perché mi sento libero, anche se ho meno sicurezze. D'altra parte ho sempre fatto il consulente e non ho mai avuto un vero contratto.

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