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Biennale di Istanbul: censura o no? Parla l’artista curatrice Zeyno Pekünlüĵ

A un mese dall'inaugurazione della 15ª Biennale di Istanbul, la città è tornata sulle pagine di giornali e riviste di settore e molti disquisiscono sulle conseguenze del colpo di stato che poco più di un anno fa, a luglio, ha trasformato il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan più simile a una dittatura che a una democrazia. Nel campo artistico, i temi sono soprattutto censura, mercato, didattica e istituzioni. Ne abbiamo parlato con Zeyno Pekünlü, artista – tra gli invitati alla 14ª Biennale di Istanbul curata da Carolyn Christov-Bakargiev – e accademica incaricata dai curatori di questa edizione, gli artisti Elmgreen & Dragset, di curare il public program. La Biennale, intitolata “a good neighbour” e in scena fino al 12 novembre, coinvolge sei sedi espositive usate spesso in passato e tutte raggiungibili a piedi a partire dall'Istanbul Modern, museo privato di riferimento della scena contemporanea turca. Organizzata da una fondazione privata, la Biennale conta su un budget di 3 milioni di euro, rimasto invariato dal 2015 – solo 10% sono finanziamenti pubblici e 60% sponsorships - e ha già ricevuto 150mila visitatori (+50 mila rispetto alla scorsa edizione nello stesso periodo).

Come e quando è nata questa collaborazione con la 15ª Biennale di Istanbul?
Nel 2014 avevo curato un simposio per la Biennale di San Paolo, e i due artisti e curatori erano al corrente di questo mio progetto e a settembre, esattamente un anno fa, mi hanno chiesto di collaborare. Ci eravamo incontrati per la prima volta a luglio, era difficile immaginare come il colpo di stato avrebbe influenzato i mesi successivi di lavoro, ma in Turchia sappiamo che tutto si muove molto velocemente. È così ho deciso di focalizzarmi sui temi che avevano ispirato le discussioni in Turchia negli ultimi cinque anni, e che avrebbero con ogni probabilità caratterizzato anche i prossimi cinque. Ciò associato alle quaranta domande concettuali degli artisti-curatori sul “buon vicino”, che da il titolo alla manifestazione.

Cosa ne è emerso?
Un programma diversificato. Per esempio, ho notato che le domande erano tutte il prodotto di una conversazione tra esseri umani, e a Istanbul un tema critico è l'urbanizzazione – dal terzo ponte alla costruzione del nuovo aeroporto – che sta modificando in maniera drammatica l'ecosistema naturale. Una sezione quindi spazia dall'ecologia urbana e sociale all'Antropocene, e interroga modi di convivenza tra piante, animali e umani. Un'altra riguarda la casa: cosa succede se vuoi o devi lasciarla, quali sono le comunità che offrono senso di appartenenza al di fuori dell'istituzione “famiglia”, e quindi cosa significa vivere la condizione di immigrato – tra Siria e Grecia – o essere gay e non avere alcun riconoscimento a livello sociale. Questi due assi di indagine politica – migrazione e diversità – sono rilevanti nel nostro presente e indipendenti dagli eventi politici recenti.

T. Vladimirescu Nr. 5, Pantry, 2013. Courtesy of theartist and Collection Artemis Baltoyanni Collection Artemis Baltoyanni Presented with the support of Massimo De Carlo (Milan/London/Hong Kong). Photograph: Uli Holz

Ha riscontrato difficoltà nella progettazione del programma pubblico della Biennale?
Da luglio 2016 a oggi numerosi artisti, curatori e critici d'arte turchi hanno lasciato il paese o hanno iniziato a immaginare il loro futuro altrove, spesso in Europa, e ad accettare residenze all'estero. Per questo abbiamo dovuto rinunciare ad alcuni degli invitati e cambiare il programma più volte. Comunque le maggiori difficoltà le ho avute con gli ospiti stranieri. Nessuno lo diceva chiaramente, ma non ritenevano più Istanbul un luogo sicuro e molti hanno rifiutato l'invito. Ci tengo infine a sottolineare che nel programma non ci sono state situazioni di censura esterna o interna nell'organizzazione.

Come descriverebbe la scena artistica oggi in Turchia?
Credo che quanto successo abbia influenzato la scena artistica, ma non l'ha drasticamente modificata. La storia della Turchia è pregna di momenti critici a livello politico, repressioni e colpi di stato, e come sempre chi resta continua a lavorare, con un senso di sconfitta e oppressione certo, ma non si ferma. Ho trentasette anni, e forse questo periodo è il peggiore che ho vissuto in prima persona, eppure la Turchia oggi è estremamente divisa, e per ogni sostenitore del governo c'è almeno un oppositore dall'altra parte della barricata.

La Biennale ha subito una riduzione del budget disponibile per parte pubblica o privata?
No, i finanziamenti sono arrivati, anche perché la maggior parte sono di provenienza privata. Certi problemi riguardano soprattutto cinema, teatro e musica, più dipendenti dallo Stato e dal Ministero del Turismo e della Cultura. E poi la letteratura, perché ha un pubblico di massa, mentre l'arte contemporanea è una nicchia e di conseguenza passa sotto ai riflettori della censura.

Però molti docenti universitari, e tra questi numerosi artisti e critici d'arte hanno perso il lavoro. Quali sono le cifre di questo fenomeno?
I numeri non sono certi, e spesso non descrivono la realtà. Le faccio un esempio: io sono un docente universitario che ha perso il lavoro un anno e mezzo fa, ma tecnicamente non mi è stato rinnovato il contratto, quindi sono “invisibile” in questi conteggi. Certo, tanti sono stati licenziati senza ragione, soprattutto dal mondo universitario pubblico. Qualche cifra si trova a questo link.

E adesso di cosa si occupano?
Alcuni hanno formato delle “accademia della solidarietà” e insegnano fuori dai muri delle istituzioni, nei parchi e nelle strade. Attualmente ci sono dodici nuovi atenei, in altrettante città. I finanziamenti arrivano da sindacati e organizzazioni non governative, oppure dai proventi di un bar o caffè che li ospita nelle proprie sale. I modi non mancano.

Il mercato dell'arte è cambiato?
Io sono tornata in Turchia nel 2009, prima vivevo a Barcellona e producendo video arte non ho mai avuto un successo di vendite. Comunque nello stesso anno del trasloco ho partecipato a una mostra collettiva da Sanatorium, che allora era uno spazio di progetto e da quasi due anni si è riposizionato come galleria commerciale. Le vendite sono rimaste più o meno le stesse. La vera crisi riguarda l'Artist Pension Trust, cui molti artisti turchi hanno aderito in tempi non sospetti e sono vittime adesso di una crisi globale del progetto.

Ho letto che ha chiuso la galleria Rampa, un punto di riferimento del mercato turco. È vero?
Sì, e come Rampa molte altre gallerie hanno chiuso e almeno quattro o cinque hanno aperto. “Business as usual”.

A livello culturale si può affermare lo stesso?
La repressione è terribile, basta leggere siti come ArtsEverywhere Report. Sarebbe facile gettare la spugna, diventare d'un tratto apolitici per stare a galla. Ma ogni repressione crea anche resistenza e solidarietà, unisce contro le minacce e l'individualismo. La crisi culturale turca, se così la si può definire, non dipende tanto da noi quanto dalle narrazioni preconfezionate dei media europei, che ci fanno perdere contatto con la scena artistica internazionale, come la cattiva pubblicità. Fino a due anni fa avevo almeno un appuntamento al mese con un curatore internazionale che passava da Istanbul, adesso non più. Istanbul sta reagendo: assistiamo a una normalizzazione nelle strade, che sono tornate a riempirsi di gente. La strada per una normalizzazione del pensiero è più lunga.

E nel campo dell'arte contemporanea?
Da qualche anno la fiera di libri Tüyap book fair ha aperto una sezione dedicata a pubblicazioni d'arte e sta attraendo un pubblico crescente, oltre a creare occasioni di dibattito e condivisione. È un evento positivo, e il fatto che la polizia si sia presentata per chiedere la rimozione di alcune opere non cambia la vivacità del progetto. La censura c'è sempre stata. E poi c'è un festival internazionale dedicato alle arti performative, a corner in the world: nato nomade, oggi ha una sede stabile a bomonti ada, in un nuovo complesso di gallerie e ristoranti. Come vede la lotta non si ferma: la generazione di oggi ha imparato da quella che l'ha preceduta a non mollare.

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