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Report Ubs, nel 2016 più miliardari in Asia che in Usa:…

Mercato dell'arte

Report Ubs, nel 2016 più miliardari in Asia che in Usa: l’effetto sull'arte?

Vincent Van Gogh,  Ritratto del dottor Gachet, olio su tela,1890
Vincent Van Gogh, Ritratto del dottor Gachet, olio su tela,1890

L'Asia, ogni due giorni, crea un nuovo “billionaire”. Questo è quanto emerge dal re-port realizzato congiuntamente da UBS e PricewaterhouseCoopers (PwC) sui Global Billionaires. L'analisi conferma il crescente potere d'acquisto degli art investor asiatici, che si stanno smarcando sempre più dagli americani. Il 2016 ha registrato una significativa crescita delle ricchezze dei “world's wealthiest individuals”, gli individui più ricchi del mondo, il cui numero sta visibil-mente crescendo soprattutto in Asia.
Complessivamente la ricchezza dei miliardari è salita, tra il 2015 e il 2016, da 5,1 tri-lioni di dollari a 6 trilioni. Secondo il report il patrimonio dei Mega-Rich asiatici si è incrementato del 25% , (tra il 2015 e il 2016 + 17%), superando per la prima volta il potere d'acquisto dei collezionisti statunitensi.
Sono stati analizzati i dati di 1.542 paperoni in tutto il mondo, scoprendo che, per la prima volta in Asia, esistono più miliardari che negli Stati Uniti, anche se si stima che gli ultrawealthy americani conservano ancora la più grande concentrazione di ricchezza. Però, se questa attuale tendenza dovesse conti-nuare, in quattro anni la ricchezza totale degli Asian billionaires supererà quella degli americani.
Ad esempio, il numero dei “Chinese billionaires” è aumentato di quasi il 25%: at-tualmente sarebbero 637 contro 537 americani, e i soli 342 miliardari europei. In Eu-ropa nel 2016 la crescita è rimasta statica.
Arte e capitali. Il mercato dell'arte ormai guarda sempre più a est. Le principali case d'asta e gallerie d'arte internazionali hanno rafforzato la loro presenza in Cina, per seguire in modo strategico la clientela. Secondo Christie's, che lo scorso anno ha aperto avamposti a Jinbao e Beijing, circa il 21% dei nuovi buyers proviene dall'Asia. Essi rappresentano di fatto il 35% del valore delle vendite e l'aspettativa è che questa percentuale possa salire al 39%. Lo confermano i prezzi di aggiudicazio-ne: nel febbraio 2014, la tela di Domenico Gnoli (1933- 1970) intitolata “Black Hair”, raffigurante la folta chioma di capelli neri della seconda moglie del pittore, Yannick Vu, fu acquistata in asta da Christie's a Londra per 7 milioni di sterline (il prezzo più alto pagato per una sua tela), rispetto ad una stima di partenza di 1,2-1,8 milioni, e prese poco dopo il volo per la Cina. Nel 2015 a finire in Cina è stato il “Nu couché” appartenuto alla collezione Gianni Mattioli (1903-1977), aggiudicato a New York, sempre da Christie's, per 170 milioni di dollari dopo 9 minuti di rilanci. Il dipinto prese il volo per la Cina per entrare a far parte della raccolta privata di Liu Yiqian, il più importante art investor cinese, chairman di Sunline Group, il cui patrimonio personale è stimato 1,3 miliardi di dollari.
Lo scorso maggio Sotheby's ha venduto per 110,5 milioni di dollari una grande tela di Basquiat che ha segnato non solo il record per l'artista, ma anche quello per un artista americano. Il dipinto è stato comprato dal collezionista giapponese e imprenditore dell'e-commerce Yusaku Maezawa, che vanta un patrimonio stimato da Forbes pari a 3,6 miliardi di dollari (http://www.ilsole24ore.com/articlegallery/arteconomy/2017/le-10-opere-piu-care-vendute-/index.shtml).
A caccia di icone. Gli investimenti dei collezionisti asiatici, infatti, sono rivolti ai ca-polavori iconici dell'arte, ossia opere immediatamente riconoscibili che fungono da beni di posizionamento sociale. Gli asian art investor contribuiscono nel loro Paese alla nascita di musei privati e sovente sono impegnati a sostenere attraverso fondi e donazioni i musei pubblici locali. E in questo vi è una forte similitudine con quanto accadde nella seconda metà degli anni ‘80. Perché, a dirla con le parole di Schopen-hauer, la Storia non è altro che una profezia alla rovescia. Chi ha buona memoria ri-corda la bolla speculativa che si creò a partire dalla seconda metà degli anni ‘80 nel mercato della pittura impressionista. La crisi energetica del 1973 che portò alla costi-tuzione del cartello dell'Opec e all'interruzione del flusso dell'approvvigionamento di petrolio verso le nazioni importatrici, impattò pesantemente anche sul mercato dell'arte, provocando un brusco ridimensionamento delle stime di vendita, tanto che i dipartimenti di pittura impressionista delle case d'aste internazionali (gli Impressionist department) vennero sarcasticamente soprannominati dagli operatori del settore “depressionist department”. L'affacciarsi sul mercato dei giapponesi come nuovi players durante seconda metà degli anni ‘80, portò ad un repentino innalzamento dei prezzi di aggiudicazione delle opere dei maestri dell'Impressionismo. Ai telefoni e nelle salerooms delle case d'asta, la presenza di dealers e collezionisti giapponesi era consistente. Tra il 1985 e il 1990 i prezzi di aggiudicazione raddoppiarono, talvolta triplicarono. Se da un lato i nuovi investitori asiatici rivitalizzarono il mercato degli Impressionisti, dall'altro ne deformarono i valori. L'eclatante vendita del ritratto del medico Paul-Ferdinand Gachet, dipinto da Vincent Van Gogh a Auvers-Sur Oise poche settimane prima di suicidarsi (storia non più così certa), aggiudicato in asta da Christie's per 82,5 milioni di dollari il 15 maggio 1990 in cinque minuti di offerte e rilanci, è emblematica in tal senso. Il ritratto, rimasto per cinquant'anni in una colle-zione privata, dopo l'asta prese subito il volo per il Giappone. L'incanto segnò non solo il boom del mercato dell'arte impressionista, ma il generarsi di una bolla specu-lativa che sarebbe poi esplosa poco dopo. Molte raccolte private giapponesi divennero musei privati, come la collezione di Shojiro Ishibaschi, oggi visibile al Bridgstone Museum of Art di Tokyo. Ishibaschi comprò, come i cinesi di oggi, a colpi di milioni di dollari, tele iconiche di Claude Monet (“Crépuscule à Venise”), Paul Cézanne (“Montagne Saint-Victoire et le Chateau Noir”)e Pablo Picasso, come il dipinto “Saltinbanque Assis, le Bras Croisés” (1923) che segnò allora il primo record a sei zeri per un dipinto del XX secolo, spuntando 3 milioni di dollari. Il 1990 fu anche l'anno in cui l'economia giapponese collassò portando al crollo dello yen. Molti acquirenti giapponesi che compravano a colpi di record i capolavori impressionisti, finirono in bancarotta causando una nuova verticale ricaduta dei prezzi della pittura impressionista.

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