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SMAK di Ghent: la fotografia è il linguaggio più contemporaneo

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SMAK di Ghent: la fotografia è il linguaggio più contemporaneo

Il “fotografico” è una condizione che riguarda tutti nella società contemporanea. Coscienti o no, armati di uno smartphone, di una macchina fotografica o semplicemente presenti laddove ve ne siano, viviamo in uno spazio sociale definito dalla produzione di immagini fotografiche. È da questo semplice assunto che i curatori dello SMAK di Ghent – storico museo dedicato all'arte concettuale in Belgio – sono partiti per The Photographic I – Other Pictures, il primo capitolo di un progetto espositivo ambizioso dedicato alla fotografia. Presentate opere di venti tra gli artisti e fotografi più rilevanti della scena internazionale dagli anni '60 a oggi, tra cui i ritratti domestici di Tina Barney, le indagini sociali tra gli adolescenti delle periferie – in formato slideshow - di Tobias Zielony, le visioni del Tamigi tra poesia e scienza di Roni Horn, i paesaggi naturali di Michael Schmidt che interrogano la natura oggettiva della fotografia, e molte altre. Curata da Martin Germann, Tanja Boon e Steven Humblet, la mostra è posta sotto l'egida del famoso direttore del dipartimento di fotografia del MoMA di New York, John Szarkowski, e dello scrittore John Berger, autore di alcuni dei più rilevanti saggi sulla fotografia tra cui Sul Guardare e Questione di Sguardi (link), entrambi omaggiati nei testi introduttivi. Abbiamo intervistato sul progetto la curatrice Tanja Boon.

La fotografia non è mai stata un focus nelle attività e nella collezione del Museo. Da dove nasce questo nuovo interesse?
La nostra collezione include opere di Marcel Broodthaers, Jan Dibbets, Rineke Dijkstra, Hamish Fulton, Rodney Graham, Douglas Huebler, Richard Long, Zoe Leonard, Thomas Ruff e molti altri. Fotografie che ascriviamo al campo delle arti visive con una prospettiva di tipo concettuale. Con Photographic I confermiamo questo interesse, e affermiamo che la fotografia ha un ruolo cruciale nel futuro delle arti, specialmente adesso che il nostro canone occidentale è più che mai soggetto a erosione. Ogni discussione sull'ubiquità della condizione presente, sul dinamismo delle immagini, la fluidità nella circolazione di informazioni è fondata sul fotografico per antonomasia.

The Photographic I – Other Pictures ha richiesto due anni di ricerca, e oltre al progetto di mostra offre un simposio in scena oggi e domani. Avete in programma anche un piano di acquisizioni?
Molte opere esposte potrebbero tradursi in un contributo interessante per la collezione. Al momento siamo lavorando all'acquisto di quelle di Jochen Lempert (recentemente a Fiac da ProjecteSD di Barcellona a 1-70.000 euro, premiato da Mutina for Art, e da Camera Austria) ma ci sono altre transazioni in corso.

Ogni capitolo di questa prima mostra – società, processi e tecnologia – offre uno spettro di esperienze fotografiche dagli anni '60 a oggi. A cosa si deve questa impostazione cronologica?
Museo e collezione nascono negli anni ‘60, momento sperimentale di incontro tra fotografia e movimenti delle Neo-Avanguardie come Minimalismo, Arte Concettuale e anche Institutional Critique, che interrogò luoghi e funzioni del museo ma anche il rapporto tra autorialità e attribuzione del valore. Da quegli anni a oggi ci sono state altre tappe fondamentali di questo incontro tra arte e fotografia. Per questo la mostra include – ad esempio – l'opera di Lewis Baltz (di recente mostra antologica a Fondazione MAPFRE, prezzi in galleria 10-30 mila euro da Galerie Zander) con le serie Prototype Series e Sites Of Technology, che indagano un altro periodo cruciale evidenziato nella mostra, gli anni '90, che anticipano l'isteria derivata da internet e dalla virtualizzazione del quotidiano. Entrambe le serie furono visionarie nell'anticipare metodologie artistiche ed evoluzioni in campo sociale e quindi fotografico.

Come avete selezionato artisti e opere di questo primo capitolo Other Pictures?
Bisognerebbe invertire la domanda, perché in questo caso la mostra nasce con artisti anticonformisti che hanno attratto la nostra attenzione ben prima del progetto, come Jitka Hanzlová, Roni Horn, Jean-Luc Mylayne, Michael Schmidt, Marc Trivier, Marc De Blieck, o Ahlam Shibli. Abbiamo capito subito che la mostra doveva essere divisa in due parti, di cui la prima dedicata all'immagine fissa che interroga il contesto circostante. Attraverso diverse tecniche fotografiche – dalla scelta delle dimensioni, al punto di vista, dall'esplorazione delle diverse temporalità, alla valutazione delle condizioni tecnologiche e infrastrutturali – abbiamo esaminato i possibili livelli di interpretazione delle immagini al di là e oltre la mera rappresentazione. E poi molti artisti in questa mostra hanno tentato di definire e ridefinire la relazione tra macchina fotografica e soggetto, contribuendo tanto sotto il profilo artistico che sociale e politico del medium. Alla fine tutti gli artisti usano la macchina fotografica per fare arte, come un catalizzatore, quindi il “fotografico” è il terreno comune e il punto di partenza.

Quale indirizzo avrà invece la seconda mostra, in programma l'anno prossimo?
Se la prima parte osserva il mondo attraverso la macchina fotografica, la seconda riorienterà lo sguardo verso l'apparato – e in qualche modo comincerà proprio laddove questa finisce. Inoltre il prossimo capitolo avrà un punto di vista più “ontologico”, analizzando come il contenuto è tradotto in immagine. Ciò ci porterà a presentare lo stato del medium in risposta allo sviluppo del digitale e alla circolazione dei dati, ma anche a introdurre opere che incorporano diverse modalità di produzione di immagini fotografiche tra le altre discipline di espressione artistica. A un certo punto – come in un cortocircuito – dovremo lasciar andare l'immagine. Insieme queste due esperienze espositive rappresentano il primo tentativo, in Belgio, di indagine della fotografia dalla rappresentazione al medium che ne sottende la produzione.

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