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Modigliani, false le opere sequestrate a Palazzo Ducale di Genova

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Modigliani, false le opere sequestrate a Palazzo Ducale di Genova

Ci avevano visto giusto l’esperto toscano Carlo Pepi, fondatore dell'Istituzione Casa Natale Modigliani, e Marc Restellini, esperto dell’artista livornese, curatore di mostre e in passato collaboratore dell'Istituto Wildenstein, quando hanno denunciato la presenza nella mostra internazionale «Amedeo Modigliani a Palazzo Ducale» (16 marzo -16 luglio 2017) a Palazzo Ducale di Genova di opere false. Il 16 luglio scorso la Procura di Genova ha emesso un decreto di sequestro per 21 dipinti dei 70 esposti ritenuti falsi nell'ambito dell'inchiesta avviata dopo la denuncia di Pepi. Oggi la conferma: le opere sequestrate sono “grossolanamente false” per il perito nominato dal tribunale di Genova.
Secondo la perizia depositata in tribunale dal perito Isabella Quattrocchi i quadri di Modigliani esposti nel marzo scorso a Palazzo Ducale e sequestrati dopo l'esposto di Pepi sono tutti falsi. Originale, invece, sarebbe uno dei disegni sequestrato. Lo si apprende da fonti qualificate. Palazzo Ducale rende noto di essere “parte fortemente lesa” nella vicenda. Tre gli indagati con l’accusa di truffa aggravata, messa in circolazione di false opere d’arte e riciclaggio, il curatore della mostra Rudy Chiappini, Joseph Gutmann, mercante d’arte ungherese prestatore di 11 quadri, e Massimo Vitta Zelman presidente di Mondo Mostre Skira. La Fondazione di palazzo Ducale ha affermato che se: “le perizie relative all’esame sui pigmenti confermassero il giudizio negativo della perizia depositata il consiglio direttivo della Fondazione Palazzo Ducale deciderà quali iniziative intraprendere”.

L’ennesimo coup de theatre legato alla produzione artistica del maestro livornese non rende onore alla sua opera esposta con 100 lavori in questi giorni alla Tate Modern di Londra e aggiudicato in asta «Nu Couche» per 170 milioni un paio di anni fa dal collezionista miliardario cinese Liu Yiquian. Quella di Palazzo Ducale appare una truffa più che una burla e sarà la magistratura a stabilirlo. Ma è certo che questo affaire riporta a lontane burle giocate sul nome di Modì, quando nel 1984 vennero pescate nel Fosso reale della Venezia tre teste scolpite in uno stile che richiamava quello del Modigliani, metà mondo della storia dell'arte - nomi celebri come quelli di Carlo Giulio Argan, Dario Durbé e Cesare Brandi - gridò al miracolo. L'altra metà, come Federico Zeri, parlò di falso. L'esperto pisano Carlo Pepi tagliò la testa al toro e le definì sbrigativamente “dei trojai”.

Un mese dopo il ritrovamento, tre studenti universitari livornesi dichiararono la burla e la certificarono con prove ineludibili: una delle tre teste l'avevano fabbricata loro col trapano, faccenda che si poteva ammirare in una photostory di innegabile efficacia. Le altre due teste, anch'esse ripescate nel Fosso Reale,
erano invece opera di tale Angelo Froglia, artista d'animo e portuale per necessità che affermò di non aver voluto fare uno scherzo ma creare un'operazione estetico-artistica finalizzata a un'accurata demistificazione del mito. Burla o non burla, il ritrovamento delle tre teste ebbe un'eco mondiale e finì per diventare mostra itinerante, nel 2014, sui veri falsi di Modì.

Certo, quel tratto “così elegante” era evidentemente tecnicamente semplice da copiare: eppure proprio il tratto è quello che identifica l'autore e consente di scoprire la truffa. Parola di Carlo Pepi: proprio lui ha denunciato per primo la falsità delle opere esposte a Genova (denunciò anche quadri esposti a Catania e Viterbo), una tesi che adesso ha il placet del perito: il tratto, quel tratto che Pepi definisce “elegantissimo, tridimensionale” su quelle tele è stato, afferma il perito, “grossolanamente falsificato”.

Si difende Chiappini il curatore della mostra genovese: «Per me non cambia nulla. L'attribuzione delle opere a Modigliani non l'ho fatta io, mi sono solo limitato a raccogliere informazioni già esistenti. Bisognerà risalire alla fonte, a chi ha fatto la prima attribuzione. Io resto comunque dell'idea che quei quadri siano buoni”. “Bisognerà leggere la perizia - prosegue Chiappini -: certo è che se parla di cornici è ridicolo. Ogni proprietario mette le cornici che vuole. Comunque quei dipinti sono stati esposti anche da altre parti e la loro autenticità era basa su attribuzioni fatte da altri studiosi e esperti”.

Le 21 tele sequestrate sono ancora sotto custodia nel caveau del Nucleo Tutela patrimonio artistico dei Carabinieri e sono: la «Testa scultorea», 1910-11, disegno a matita grassa su carta, la «Cariatide Rossa/Gli sposi», del 1913, olio su tela, il «Ritratto di Moricand», del 1915, olio su tela, il «Ritratto di Jean Cocteau» del 1916, disegno a matita su carta, il «Ritratto di Cham Soutine» del 1917, olio su tela, la «Cariatide à genoux», del 1913 circa, matita e gouache su carta, il «Nudo seduto» del 1913-1914, matita e acquarello blu su carta, la «Cariatide» del 1914, tempera su carta, il «Nudo disteso (Ritratto di Céline Howard)» del 1918 circa, olio su tela, il «Ritratto di Mose Kisling» del 1916, disegno a matita su carta, la «Testa di donna» del 1917, olio su tela, la «Testa di donna dai capelli rossi» del 1915, olio su tela, la «Donna seduta» del 1916, disegno a matita su carta, il «Ritratto femminile (La femme aux macarons)» del 1917, olio su tela e il «Ritratto di Maria», 1918 circa, olio su cartone.
Tra i dipinti sequestrati anche quelli attribuiti a Moise Kisling, dopo che l'esperto Marc Ottavi, catalogatore ufficiale dell'opera del pittore polacco, ne aveva dichiarato la falsità. Le opere sono «Madame Hanka Zborowska nell'atelier», 1912 circa, olio su tela; due «L'atelier», 1918 circa, olio su tela; «Natura morta con ritratto», 1918 circa, olio su tela; «Giovane donna seduta, Kiki», 1924 - 26 circa, olio su tela; «Grande nudo disteso (Portrait d'Ingrid), 1929-1932 circa olio su tela.

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