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Centro Pecci: ecco il progetto della nuova direttrice Cristiana Perrella

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Centro Pecci: ecco il progetto della nuova direttrice Cristiana Perrella

Il consiglio d'amministrazione della Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana ha deliberato: è Cristiana Perrella la nuova direttrice del Centro Pecci di Prato. La curatrice, classe 1965, figura molto rispettata nella scena artistica romana e internazionale, è stata responsabile per dieci anni del Contemporary Arts Programme presso la British School di Roma, ha collaborato con RISO, il Museo d'Arte Contemporanea della Sicilia, ed è curatrice alla Fondazione Golinelli di Bologna, che ha inaugurato a ottobre scorso il nuovo Centro Arti e Scienze - 700 mq disegnato daMario Cucinella Architects - con una mostra co-curata da Perrella con il biologo e autore televisivo Giovanni Carrada e artisti del calibro di Superflex, Ai Weiwei, Martin Creed e Christian Jankowski.

Perrella ha organizzato mostre come free lance in musei e gallerie, tra cui la Fondazione Prada di Milano e il MAXXI di Roma, curato la grande monografia di Francesco Vezzoli uscita nel 2016 per i tipi di Rizzoli, e pubblicato diversi libri fra cui, con Luca Beatrice, «Nuova Scena», Mondadori 1995 e «Nuova Arte Italiana- Esperienza visiva ed estetica della generazione anni Novanta», Castelvecchi. La direttrice sarà in carica per un triennio con un compenso annuo massimo di 96mila euro lordi, succede a Fabio Cavallucci ed è stato nominata da una commissione di esperti tra cui Gabriella Belli, Tomaso Montanari e Alessandro Rabottini. Gli altri candidati giunti in finale erano Arabella Natalini, Camilla Mozzato, Marie Muracciole, Marco Trevisan, Angel Moya Garcia, Stefano Raimondi, Alfredo Cramerotti e Corinne Diserens. Si chiude dunque un periodo di estrema incertezza per il museo, che aveva lanciato il bando per il direttore lo scorso luglio in un clima di conflitto a causa delle numerose ingerenze della politica nella gestione.

Abbiamo raggiunto Cristiana Perrella per farci raccontare la sua visione nella sua prima intervista da direttrice del Centro Pecci.
Quale programma culturale ha presentato alla commissione?
Vedo il museo come luogo di creazione, d'innovazione ma anche come “casa comune”, accessibile e aperta a tutti. Un luogo le cui funzioni convivano in un dialogo serrato: conservazione e ricerca, produzione di cultura contemporanea ed educazione alla sua lettura. Un luogo di scambio con la comunità artistica e con i cittadini, che sia stimolante, inclusivo ma che sappia anche parlare al sistema, collocandovisi con autorevolezza. Prima di elaborare un programma operativo credo sia indispensabile il confronto con chi nel museo lavora e l'ascolto della città, per conoscerla e capirne meglio la domanda e il desiderio rispetto a un museo come il Pecci e a come questo può lavorare a livello locale, nazionale e internazionale.

La visione dell'ex direttore Fabio Cavallucci era di un museo multidisciplinare, la cui architettura futuristica - appena ampliata e ristrutturata - rispondeva alla presentazione di opere interattive e performative, come la personale di Jérôme Bel. Ritiene che abbia funzionato? Su cosa punterà in termini di tecniche e linguaggi dell'arte?
Nel mio percorso ho lavorato molto con il video, la performance e la fotografia ma non ne faccio mai un problema di tecniche e linguaggi. Mi interessa, piuttosto, quanto un progetto artistico sia in grado di esprimere le tensioni del nostro tempo. Detto questo, Jérôme Bel è straordinario e presentarlo al Centro Pecci è stata un'ottima idea! La visione multidisciplinare credo sia oggi alla base della programmazione di un museo. Le cose più interessanti accadono nei territori di confine tra le diverse discipline. La città di Prato tra l'altro ha nel suo Dna culturale l'attenzione per la performing art e il teatro, partendo dal Laboratorio di Ronconi e arrivando fino al festival Contemporanea. Mi piacerebbe che ci fosse dialogo e collaborazione tra il Pecci e le realtà cittadine attive in questo ambito.

Quali sono, dunque, i punti di forza del Centro Pecci?
La sua storia, che lo ha visto tra le primissime istituzioni per l'arte contemporanea nate in Italia; la sua collezione, che include più di mille opere di circa 300 artisti; il suo territorio, laboratorio di futuro per la coesistenza di culture, le trasformazioni sociali ed economiche ma anche per le sperimentazioni tecnologiche, come quella del 5G, la telefonia mobile a banda ultra larga. Poi i suoi nuovi spazi: con l'ampliamento di Maurice Nio il museo dispone ora di una superficie totale di 12.125 mq, di cui 7.815 metri quadrati di ampliamento, con aree espositive per 3.110 mq. Le potenzialità sono notevoli.

Quale budget le è stato offerto dalla Fondazione per la programmazione espositiva?
Per la programmazione del 2018, esclusi gli eventi già previsti dalla precedente direzione, come la mostra di Mark Wallinger che inaugurerà il 23 febbraio, sono ancora disponibili 100.000 euro. Naturalmente, con i costi fissi già coperti.

I due primi musei di arte contemporanea di Italia, il Castello di Rivoli e il Centro Pecci, condividono un problema logistico: sono musei periferici. Come influisce ciò sul suo progetto e in termini di visitatori attesi?
Il bacino di influenza del museo comprende un'area molto vasta che va da Firenze a Pistoia e che è realistico immaginare possa estendersi fino a Bologna in alcune occasioni. Garantire collegamenti rapidi ed efficienti tra la stazione di San Maria Novella a Firenze e il Centro Pecci sarebbe fondamentale per facilitarne l'afflusso di pubblico. Comunque, data anche la vicinanza alla linea ferroviaria dell'alta velocità, il museo si è potuto permetter exploit di pubblico come per la mostra di riapertura dopo i lavori, «La fine del mondo».

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