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Pioselli: «In dieci anni la ricerca artistica è diventata condivisione»

Alessandra Pioselli
Alessandra Pioselli

La generazione dei quarantenni sta cambiando il mondo del contemporaneo in Italia, spesso la carriera di questi artisti e curatori italiani si costruisce all'estero e molte cose si riflettono nella penisola. Sul mensile IL de Il Sole 24 Ore da oggi in edicola abbiamo sviscerato l’argomento confrontandoci con Alessandra Pioselli, dal 2010 direttore dell’Accademia di belle arti G. Carrara di Bergamo, esperta di arte contemporanea: la domanda da cui siamo partiti per mappare il mondo dell’arte contemporaneo è se gli artisti italiani, i più giovani, oggi hanno maggiori possibilità di farcela rispetto a dieci anni fa.

È cambiato qualcosa? Cosa?
Premetto che non ho dati oggettivi e statistiche su cui fondare risposte certe. Posso dire che negli ultimi dieci anni, ma in particolare dal 2000 in avanti, il sistema dell'arte contemporanea si è trasformato anche in Italia. La nascita di fondazioni, musei, associazioni, residenze per artisti, concorsi, opportunità di formazione, fiere, una maggiore presenza del settore privato, etc., ha reso più dinamico e articolato il sistema italiano. Rispetto agli anni novanta, inoltre, la diffusione dei voli low cost, la circolazione delle informazioni e degli scambi sul web e una rete diffusa di residenze per artisti, agevolano la mobilità internazionale anche dei giovani artisti italiani. Si è anche fatto strada un modo collaborativo di sviluppare la propria ricerca d'artista, una progettualità condivisa con altri artisti o altre professionalità, e non sempre solo interna al sistema dell'arte, che amplia i confini e spinge verso modi di produzione e di veicolazione delle opere e dei progetti anche fuori dal circuito galleria – mercato - museo. Tuttavia, si pone la questione del riconoscimento e della visibiltà, l'entrata nel mercato e nel collezionismo, e qui gallerie e musei contano ovviamente ed è difficile per un giovane artista intercettare questi luoghi, l'accesso a questa dimensione non è facile. Il mercato è spesso fondato su costruzioni strategiche. Ci sono trend dominanti che lo muovono e gli attori forti sono spesso sempre gli stessi.

Quali sono gli spazi dove poter cominciare la propria carriera?
Oggi molti giovani artisti, ma anche artisti meno giovani, spesso creano “luoghi” autonomi di produzione e di scambio: per esempio aprono residenze per artisti, spazi espositivi o promuovono occasioni di formazione per incontrare e lavorare con altri artisti in modo libero, e ciò genera una rete informale di ricerca e spazi per la produzione di progetti. Queste reti sono una dimensione importante per un artista all'inizio. Oggi tantissimi artisti lavorano senza una galleria. Dall'altro, se si pensa al consolidamento della propria opera sotto il profilo mercantile e del collezionismo, avere una galleria forte di riferimento rimane importante. Tuttavia, si può iniziare anche da piccole gallerie, spazi non profit e, come già detto, anche creare i propri spazi in collaborazione con altri.

La formazione accademica è il punto di partenza, si è aggiornata negli ultimi anni sia sulle diverse tecniche che da un punto di vista teorico-concettuale è sotto l'aspetto del management della professione dell'artista?
Si è aggiornata. Tuttavia, il sistema italiano presenta luci e ombre, e forti differenze tra accademia e accademia. Vi sono accademie del tutto in sintonia con il panorama della ricerca artistica contemporanea e altre ancorate a una visione tradizionalista, per non dire conservatrice. Non è possibile considerarle un insieme, le differenze sono davvero forti.
A riguardo del management direi generalmente di no ma è un aspetto scivoloso. Voglio dire che a livello di triennio di arti visive, l'aspetto importante della formazione è dare a ragazzi e ragazze che escono dalla scuola secondaria superiore, quindi molto giovani, lo spazio e il tempo per capire esattamente cosa vogliono dire attraverso la pratica artistica, il tempo per diventare consapevoli di se stessi e delle proprie idee. Credo che la priorità sia formare persone autonome nel pensiero, dotate di un senso critico, attraverso la teoria e la pratica dell'arte. Ovvero, pensare la ricerca artistica non come fine ma come mezzo di crescita. Questo può avvenire solo in modo libero da strategie. Altrimenti si rischia di spostare l'attenzione sulla carriera ma questa è del tutto relativa e non esistono ricette. Non si insegna. Si insegna a diventare consapevoli del proprio linguaggio. A livello di biennio o di master possono entrare aspetti più professionalizzanti.

Nella tua esperienza alla direzione dell'Accademia di belle arti G. Carrara di Bergamo cosa andrebbe migliorato e cosa è stato fatto finora?
Le istituzioni le fanno le persone: un buon corpo di docenti crea una buona accademia, se accompagnato da modi di valutazione trasparenti e da una visione chiara degli obiettivi. A livello di sistema nazionale, è fondamentale che il Ministero emetta finalmente il decreto sul reclutamento della docenza, in ballo dal 1999, in analogia al sistema universitario e non alla scuola secondaria superiore, per cui la valutazione del curriculum scientifico e culturale ma anche della capacità di insegnare sia il punto focale.

Lo spazio pubblico ormai è una frontiera sperimentale. Rispetto a qualche anno fa cosa è cambiato? Il pubblico è cambiato?
Sì ma in Italia, in realtà, non esiste un vera e propria riflessione pubblica a livello nazionale e politico sul destino dello spazio pubblico. Al contempo, la percezione collettiva dei problemi che investono gli spazi urbani nel nostro paese è molto debole. L'argomento rimane chiuso nella cerchia degli addetti ai lavori. Dagli anni novanta, la ricerca artistica si è nuovamente rivolta alla dimensione civica e urbana e ha trovato interlocutori, talvolta, nelle pubbliche amministrazioni, nei musei e nel settore privato. Gli ultimi quindici anni registrano una crescita nel numero dei progetti ma allo stesso tempo non c'è una continuità strutturale. Rimane sì una frontiera sperimentale per tanti artisti ma manca una logica di continuità e di crescita di una riflessione che investa davvero fasce più ampie di pubblico.

Le risorse per l'arte pubblica sono sempre difficili da trovare o le cose sono migliorate?
Oggi ci sono più forme di sostegno, come per esempio i bandi delle fondazioni bancarie. L'interesse per la dimensione pubblica e urbana dell'arte è cresciuto anche da parte del settore privato, delle amministrazioni locali e delle istituzioni museali pubbliche, dal 2000 in avanti. Tuttavia, la situazione è a macchia di leopardo: migliorata sì ma non ideale e soprattutto, in generale, non strutturale. I progetti di arte pubblica possono intercettare fondi attinenti non solo alle politiche culturali ma a quelle sociali e urbane ma ci vuole anche una convergenza di attori che si attivino sul territorio e non è semplice.

Il rapporto tra i musei e i giovani artisti oggi a che punto è?
I giovani artisti entrano poco nei musei, generalmente parlando. Ad un certo punto sono fiorite le “project room” per fare entrare i cosiddetti giovani artisti nel programma espositivo del museo ma ci trovo anche un'ambiguità. Come a dire, dato che sei giovane e non so come andrai avanti nella carriera, rischio sì ma non del tutto e ti metto nella “stanza della sperimentazione”. Il sistema dovrebbe essere più aperto e meno attento a fare calcoli, poiché conta ancora chi ti ha promosso, quale galleria ti sostiene, chi ha parlato di te, etc., la valutazione di chi ti ha “sponsorizzato” che viene prima di quella del lavoro. La rete di conoscenze conta. Ma non è un problema solo dei giovanissimi, c'è una generazione di artisti italiani, quella dei circa cinquantenni, che nei musei del nostro paese ci è entrata molto poco. I musei italiani hanno abdicato, quando questi artisti erano giovani negli anni novanta, a fare un lavoro di sostegno e di promozione di una e più generazioni.

Le mostre hanno ancora un ruolo di scoperta? Dove? Quali?
Sì ancora, anche se ci sono in giro molte mostre compilative. Musei e fondazioni offrono occasioni di approfondimento. Per esempio, tra queste ultime, a Milano l'Hangar Bicoccae la Fondazione Prada. La mostra sugli ambienti di Lucio Fontana all'Hangar Bicocca è un esempio di mostra di ricerca, come al Mart la retrospettiva su Carlo Alfano o al Castello di Rivoli quella su Gilberto Zorio.

Quale è oggi il ruolo del gallerista di arte contemporanea?
Credo che non sia molto cambiato rispetto al passato nel suo ruolo che dovrebbe essere di scoperta e di promozione dell'artista. Il mondo delle gallerie ha tante sfumature, però, perché tiene assieme piccoli spazi giovani e vere e proprie multinazionali, con funzioni e strategie che sono, per forza di cose, differenti.

All'estero gli artisti italiani sono lasciati soli? Chi li sostiene?
Non ci sono molte forme di sostegno degli artisti italiani all'estero. Diciamo che ognuno pensa per se e si inventa le proprie strategie. Gli Istituti Italiani di Cultura potrebbero fare di meglio.

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