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Nei musei italiani mancano ancora le competenze digitali

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musei e biennali

Nei musei italiani mancano ancora le competenze digitali

Per continuare a realizzare la sua missione culturale e sociale il museo del futuro deve fare i conti con la digitalizzazione. È un dato di fatto davanti al quale, nella nostra società attuale, non si possono chiudere gli occhi. Anzi, la dicotomia tra analogico e digitale, in un museo che mette al centro della sua visione il pubblico e cerca di accorciare le distanze con esso, dovrebbe essere già superata. Ma non è così, soprattutto in Italia, dove c'è sì sensibilità e fermento attorno alla riflessione sul digitale, ma la realtà rimane fortemente disomogenea e frammentaria e manca ancora una politica museale nazionale che favorisca l'integrazione tra il patrimonio e le tecnologie digitali.
È quanto emerge da uno studio realizzato dall'organizzazione culturale Melting Pro e dall'ente di ricercaSymbolanell'ambito diMu.Sa - Museum Skills Alliance, un progetto europeo finanziato dal programma Erasmus+ nel triennio 2016-2019 per studiare il divario tra formazione e lavoro causato dall'insorgere delle nuove tecnologie in tre paesi: Grecia (capofila del progetto con l'università Hellenic Open University), Italia (oltre a Melting Pro e Symbola gli altri partner sono Istituto Beni Artistici Culturali e Naturali dell'Emilia Romagna e Link Campus University di Roma) e Portogallo.

I profili di cui c’è bisogno. Ma quali sono, allora, le competenze digitali che dovrebbe avere il personale dei musei, per traghettare il museo del Novecento nel XXI secolo? La ricerca Mu.SA ha individuato due figure strategiche in cui sarebbe importante investire oggi in Italia: l'online cultural community manager e il digital strategy manager. Il primo è una figura simile al social media manager, responsabile della strategia di comunicazione del museo e della gestione delle relazioni con i pubblici online ma anche offline, proprio per non alimentare la dicotomia che in realtà non esiste. I suoi compiti vanno dal monitoraggio dei trend tecnologici per anticipare l'incessante sviluppo delle tecnologie informatiche, fino all'individuazione dei bisogni e all'assistenza all'utente. Deve avere capacità di problem solving, deve essere una figura resiliente, comunicativa, aperta all'ascolto, dotata di buona capacità di networking, di analisi e sintesi e di gestione del tempo.

Chi si è già mosso. Il digital strategy manager, invece, è una figura responsabile della strategia digitale del museo, un mediatore tecnologico, capace di costruire un dialogo proficuo tra le realtà̀ museali e il mondo tecnologico. È una figura che conosce molto bene entrambi i mondi, in grado di promuovere l'innovazione tecnologica all'interno del museo. Le competenze principali che questo profilo deve possedere riguardano lo sviluppo del business plan, l'allineamento delle strategie digitali e di business, l'individuazione dei bisogni degli utenti, la pianificazione di prodotti e servizi. Le competenze trasferibili più importanti per questa figura sono le capacità̀comunicative, di networking, creative, relazionali, lo storytelling e la capacità̀ di negoziazione. Esiste già, per esempio, al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, mentre in altri musei esiste come figura esterna, mentre in futuro andrebbe integrata nell'organico del museo. Lo stesso vale per l'online cultural community manager, i cui compiti spesso vengono affidati ad una figura junior o ad uno stagista perché non viene vista come un'opportunità per comunicare col proprio pubblico.
È importante sottolineare che il digitale nel museo non va inteso solamente in ambito comunicativo, ma anche in vista della digitalizzazione della collezione (in questo la Grecia ha già fatto un grande investimento per il proprio patrimonio), dell'uso del digitale per presentare la collezione al pubblico, ma anche degli artefatti nati già digitali. “Il Victoria & Albert Museum, per esempio, ha acquistato la piattaforma social cinese WeChat” spiega Antonia Silvaggi di Melting Pro, “oppure pensiamo alla Primavera Araba, in cui il digitale ha giocato un ruolo importantissimo. Prima il museo raccoglieva le lettere della Prima Guerra Mondiale, oggi c'è il tweet”. E poi ci sono le analisi dei big data, la produzione di contenuti, lo sviluppo della user experience, l'audience development, la didattica, il gaming, la vendita online e il crowdfunding.

Una rivoluzione a 360 gradi. La difficoltà alla base sta nel fatto che in Italia è necessario diffondere una cultura digitale. A lungo, infatti, i musei italiani hanno sottovalutato la centralità del pubblico e, di conseguenza, l'importanza degli strumenti di comunicazione adottati per la diffusione dei contenuti culturali, intesi come un elemento accessorio e marginale rispetto all'attività̀ espositiva e di ricerca. Inoltre, il museo di oggi è chiamato a coinvolgere sempre più̀in maniera attiva la comunità, secondo una logica 2.0, in cui gli utenti diventano co-creatori di contenuti culturali e non più solo fruitori. Il valore di un museo non è più̀ misurato dalle sue collezioni, ma dalle relazioni che instaura all'interno della società. In questa transizione, l'innovazione digitale fornisce l'infrastruttura che moltiplica le opportunità di scambio, accessibilità e partecipazione.
Il problema, chiaramente, sono gli investimenti nel digitale, ma anche l'uso che se ne fa. È necessario conoscere il proprio pubblico per sviluppare i prodotti digitali. Spesso, invece, vengono impiegati grandi investimenti per realizzare servizi che, poi, non vengono utilizzati. Il progetto del Mu.SA, quindi, non si ferma alla ricerca, ma svilupperà entro la fine di quest'anno anche un corso online (Mooc - “Massive Open Online Course”), aperto a tutti, gratis e in inglese, e poi nei tre paesi coinvolti, Italia, Grecia e Portogallo, dei corsi di formazione sia in e-learning, che di presenza, che sul posto di lavoro per chi lavora o collabora con i musei.

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