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Case Museo, il Castello di Rivoli indaga la reciprocità tra musei e collezionismo

È da sempre il sogno dei più grandi collezionisti d'arte quello di trasformare la propria dimora in un museo. Aprire quelle stanze private, segrete e inaccessibili e rendere pubbliche e fruibili ai cittadini quelle preziose raccolte di dipinti, oggetti d'antiquariato o opere d'arte contemporanea, gelosamente preservate e pazientemente ricercate. Ville, palazzi e appartamenti appositamente ideati e progettati dai collezionisti per preservare al loro interno raccolte straordinarie d'arte che documentano un gusto del collezionare e dell'abitare di un determinato periodo storico (anche recente), che a un certo momento si schiudono come conchiglie mostrando i loro tesori.

ArtEconomy24 ha seguito la giornata internazionale di approfondimento dedicata al tema della Casa Museo, “Dalla casa al museo. Dal museo alla casa. Le grandi collezioni” che si è tenuta al Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea, che ha analizzato l'importanza del rapporto di reciprocità tra musei e collezioni private.

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Il convegno trova la sua ragione d'essere nell'accordo siglato nel 2017 con la Fondazione Francesco Federico Cerruti, colto imprenditore nell'ambito della legatoria, scomparso nel 2015 all'età di 93 anni, che ha conferito al Castello di Rivoli, lo studio, la valorizzazione e la gestione della sua straordinaria, eclettica raccolta composta da oltre 300 opere acquistate a partire dal 1950 fino alla sua morte nel 2015. La mostra inaugurata da pochi giorni al Castello di Rivoli “Giorgio de Chirico. Capolavori dalla Collezione di Francesco Federico Cerruti”, a cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Marcella Beccaria, presenta per la prima volta un selezionato nucleo di capolavori di Giorgio de Chirico, provenienti dalla prestigiosa collezione.

“Nel 2019 la raccolta Cerruti sarà fruibile al pubblico”, spiega Marianna Vecellio, curatrice del Castello di Rivoli. “La collezione è conservata nella villa che lo stesso Cerruti si fece costruire a Rivoli, a pochi passi dal Castello; un tempio, in realtà, mai abitato dal collezionista, dedicato esclusivamente alle arti e alla sua personale idea di collezione, dove le opere erano disposte secondo piani precisi”. La prima opera che Cerruti acquistò fu un un piccolo disegno di Kandisky del 1918, mentre l'ultima fu una tela di Pierre-Auguste Renoir acquistata il 23 giugno del 2014 da Sotheby's , “Jeune fille aux rosse”.

Al convegno al Castello di Rivoli hanno partecipato alcuni tra i più importanti direttori e rappresentanti di istituzioni italiane ed estere come il J. Paul Getty Trust di Los Angeles, l'Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, la Phillips Collection di Washington, la Judd Foundation di New York, il Sir John Soane's Museum di Londra, il Musée Jacquemart-André di Parigi, il Sigmund Freud Museum di Vienna, la Villa Borghese a Roma, il Museo Poldi Pezzoli di Milano, la Villa e Collezione Panza di Varese, la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli di Torino.

Le Case Museo sono una importante risorsa per le città che le “ospitano”, veri valorizzatori del territorio. Ma la loro definizione è molto labile e sfumata, avendo definizioni e natura diverse: si va dalle case dei personaggi e degli uomini illustri, alle case d'astista. Il Mibact conta 44 case museo e dimore storiche sparse da nord a sud nel nostro Paese. Ancora oggi, come testimonia l'attesa apertura al pubblico nel 2019 della collezione Cerutti, questo elenco si va arricchendo e nuove Case Museo si inseriscono nella rete museale e nel tessuto territoriale locale. “A Milano vi sono quattro Case Museo (Museo Bagatti Valsecchi, Museo Poldi Pezzoli, Casa Boschi Di Stefano, Villa Necchi Campiglio) e tra esse si è creata una sinergia e uno scambio di relazioni molto importante” spiega Annalisa Zanni direttrice del Museo Poldi Pezzoli.

“Gian Giacomo Poldi Pezzoli (1822-1879 ) è stato un uomo del Risorgimento, ardente patriota e colto collezionista che diede vita nel cuore di Milano alla sua casa museo (aperta al pubblico nel 1881), creando una serie di ambienti che secondo lo spirito revivalista del tempo, dovevano evocare le epoche del passato, accogliendo al loro interno tutti gli oggetti che via via andava collezionando”. Il museo conserva l'inestimabile collezione di armi antiche, fragili porcellane del XVIII secolo, dipinti straordinari di Andrea Solario, Piero della Francesca, Sandro Botticelli, Piero del Pollaiolo, e ancora oggi è una delle più prestigiose raccolte artistiche italiane. Un museo è per definizione morto se non continua a crescere incrementando le proprie collezioni: “Fu lo stesso Gian Giacomo Poldi Pezzoli, più di cento anni fa, a chiedere con lungimiranza di arricchire le raccolte anche dopo la sua morte. Dal dopoguerra ad oggi ben 2.500 opere sono affluite al patrimonio del museo tramite donazioni. Abbiamo acquisito nel tempo la preziosa collezione di orologi di Bruno Falck e l'anno scorso abbiamo avuto la possibilità di ampliare i nostri spazi, contigui al museo, con nuove sale e nuove preziose acquisizioni”.

Annalisa Zanni ha colto l'occasione del convegno per lanciare una proposta: “Perché non pensare ad una rete o ad un circuito che leghi le case museo in Europa ideando un Gran Tour, inizialmente virtuale attraverso Google Art Project, che permetta di scoprire questi luoghi, la loro storia e la loro identità?”.

D'altronde la casa museo di Poldi Pezzoli fu fonte di ispirazione per molti collezionisti in Europa e nel mondo, come dimostrano il Musée Jacquemart-André di Parigi, e l'Isabella Stewart Gardner Museum di Boston.

Durante la prima metà del Novecento molti capolavori del passato iniziarono ad attraversare con ingegnosi sotterfugi l'Oceano Atlantico per andare a formare le raccolte museali e le collezioni private americane, rendendo di fatto gli Stati Uniti il Paese più ricco di dipinti antichi italiani, dopo il nostro Paese naturalmente. Pensiamo alla raccolta del petroliere J. Paul Getty , custodita in una villa ispirata alla Villa dei Papiri di Ercolano aperta al pubblico nel 1974, o quella degli inizi del ‘900 formata da Isabella Stewart Gardner, facoltosa collezionista di Boston che grazie alla consulenza del critico d'arte Bernard Berenson, progettò uno dei primi musei d'arte antica americani dove entrarono poco alla volta gemme straordinarie come “La tragedia di Lucrezia” di Sandro Botticelli e nel 1896 il “Ratto di Europa”, sommo capolavoro di Tiziano, acquistato per ben 100.000 dollari, attraverso la Galleria Colnaghi.

“Isabella fondò il museo nel 1903. Le sue intenzioni erano quelle di creare un ambiente originale e una perfetta orchestrazione dell'opere all'interno delle sale del museo”, racconta Pieranno Cavalchini, curatrice d'arte contemporanea del museo del museo. “ Nel suo testamento scrisse che voleva che il museo “fosse un posto aperto al pubblico” popolato di artisti, musicisti, scrittori, dove i visitatori potessero ispirare il proprio pensiero, e noi continuiamo questa tradizione ospitando, come faceva Isabella, artisti e registi da tutto il mondo”.

Nel caso della Galleria Borghese più che dalla casa al museo si è passati direttamente dal Museo al Museo, in quanto il palazzo non venne mai abitato dai loro proprietari. “Ai tempi la Villa veniva utilizzata raramente, solo in occasione delle battute di caccia, avendo attorno a a sé il più bel parco d'Europa - spiga Anna Coliva, direttrice della Galleria Borghese. “A Villa Borghese, originariamente chiamata Villa Pinciana, nacque il Barocco e il concetto di Neoclassicismo trent'anni prima che venisse definito tale gusto. Fu una fucina di gusti artistici, protagonista della valorizzazione della collezione creata dal Cardinal Scipione Borghese ( 1577- 1633) che mirava ad acquistare le opere degli artisti contemporanei del suo tempo come Caravaggio e Bernini”. Gli ambienti erano funzionali alla messa in scena delle opere: “I colori dei marmi che impreziosivano le sale che ospitano le candide rappresentazioni scultoree di Bernini, ad esempio, vennero scelti, con sensibilità straordinaria, in funzione della tonalità del candido marmo delle sculture”. Ai tempi il palazzo era una foresta di statue, molte delle quali poste all'esterno, almeno fino al 1807, quando Camillo Borghese vendette al cognato Napoleone Bonaparte ben 695 sculture antiche della collezione per formare il Musée Napoléon, ossia il Louvre di Parigi.

La storia della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, invece, ha solo 16 anni, aperta al pubblico nel 2002, quando l'avvocato Giovanni Agnelli era già molto malato. “La storia delle opere d'arte della collezione è la storia delle case che le hanno ospitate: Villa Frescot sulle colline torinesi; la casa di Corso Matteotti a Torino; la casa di Roma in via XIV Maggio; quella a St. Moritz e l'appartamento di New York”, ha raccontato la direttrice Marcella Pralormo. “Il “Nudo coricato” del 1917 di Amedeo Modigliani e la composizione “Velocità astratta” del 1913 di Giacomo Balla, che l'avvocato. Agnelli acquistò direttamente dalle figlie del pittore, si trovavano nella casa di via XXIV Maggio a Roma. Le tele di Canaletto, invece, si trovavano a Villa Frescot, il cui arredamento si ispirava a quello tipico delle dimore sabaude”.

Un legame profondo, sincero e appassionato con gli artisti contemporanei e le loro opere ha contraddistinto a partire dagli anni '50 la vita di Giuseppe Panza di Biumo: “Villa Panza è già Museo a partire dalla sua genesi”, ha spiegato Anna Bernardini, direttrice della Villa e della Collezione Panza di Varese.

“Giuseppe Panza di Biumo (1923-2010) ha cambiato non solo la storia del collezionismo, ma anche la modalità con la quale le collezioni possono essere percepite e la villa di Varese fu una fucina in cui sperimentare criteri estetici e museografici sempre nuovi e diversi”. La collezione ha riunito, prima di venire in parte dispersa, le maggiori opere dei più grandi artisti a partire dall'arte europea del dopoguerra, al Minimalismo di Dan Flavin e Donald Judd, spingendosi anche oltre.

Negli anni '70, sappiamo dall'intervista rilasciata a Philippe Ungar che Panza di Biumo, acquistò 30 opere di Donald Judd, artista che ha sempre detestato la definizione “Minimalismo” utilizzata dai critici per indicare le sue opere. Al convegno, a rappresentare le case d'artista, c'era Flavin Judd, figlio di Donald Judd, artista che ha fatto della purezza formale, dell'essenzialità e del sensibile dialogo tra opera e luce, la sua cifra stilistica ed estetica. Flavin Judd ha coordinato e determinato il design del restauro della casa di New York al 101 di Spring Street, un edificio di cinque piani in ghisa e vetro, le cui ampie stanze sono segnate dalla presenza di pochi ed essenziali oggetti disposti religiosamente. La disposizione delle opere, che scandiscono gli spazi delle sale riflettono le scelte estetiche precise volute dall'artista. A differenza di quanto può accadere in qualunque altra casa museo, dove può essere pensata una nuova disposizioni delle opere, qui nulla sembra poter essere mosso o spostato: ”La casa museo di New York è stata lasciata così come era alla morte di mio padre, rispettando le disposizioni di Donald e corrisponde ad una visione etica ed estetica. Nel mio caso, sarebbe impensabile e arrogante modificare tale ordine”.

Anche nel caso della collezione di Villa Panza la disposizione e l'eventuale movimentazione delle opere all'interno delle sale richiede molta sensibilità e attenzione: “Panza voleva che la collezione fosse visibile e fruibile dal pubblico - afferma Anna Bernardini - “e questa disposizione crea a noi dei problemi ancora oggi”.

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