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A chi appartengono i cultural data?

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economia e beni culturali

A chi appartengono i cultural data?

Courtesy of UNESCO Kabul
Courtesy of UNESCO Kabul

Che cosa hanno in comune la ricostruzione 3D di Palmira, i prodotti delle new media art, le collezioni del Cultural Institute di Google, gli Object ID? L'essere “cultural data”. Dal Progetto Gutenberg, primo progetto di resa digitale di testi degli anni ‘70, alla recentissima piattaforma online, Europeana, che conta un numero pari a 51 milioni di opere digitalizzate, oggi, più di due miliardi di persone nel mondo creano “cultura digitale” semplicemente condividendo foto, video, link, scrivendo post, articoli, commenti, etc.
La digitalizzazione dei beni culturali degli ultimi 20 anni ha aperto le porte a processi di conservazione e allo studio del passato attraverso l'utilizzo di metodi computazionali già usati per i “big data”.

Europeana, la piattaforma online per la digitalizzazione della cultura

La produzione. Il termine “cultural data” è stato coniato da Lev Manovich, scrittore e docente di Computer Science Program delle City University di New York nel 2007 e ripreso nel 2014 dall'archeologo Neil Asher Silberman, sulla rivista giuridica International Journal of Cultural Property profetizzando il passaggio da beni culturali “materiali” a cultural data ossia riproduzioni, in formato digitale, di opere d'arte o monumenti esistenti o, più in generale, il corredo di informazioni culturali in cui l'arte è smaterializzata. Dopo meno di quattro anni il vaticinio di Silberman sembra avverarsi, non c'è opera d'arte al mondo che non sia stata riprodotta digitalmente e di cui non possediamo cultural data.
Una gigantesca “nuvola” di informazioni culturali derivate da Google Arts & Culture, Art Project, Google books , collezioni di immagini,Objects ID, database relazionali, sistemi di gestione di collezioni, website museali, istituzionali e governativi, riviste online, social media, per fare qualche esempio, ci sovrasta. Senza contare il prodotto delle cosiddette new media art, ossia le rappresentazioni che sfruttano le nuove tecnologie artistiche (arte algoritmica, arte digitale, computer grafica e animazione, arte virtuale, video games, robotica, la stampa 3D e l'arte cyborg o cyborgismo) che sono opere d'arte e al tempo stesso cultural data.

Courtesy of ICCROM

L’archivio. Alla fase della produzione dei dati fa seguito quella della conservazione, anch'essa interessata dalla rivoluzione digitale che ha cambiato il modo in cui la società organizza le informazioni facilitando l'accesso al materiale sistematizzato, e l'analisi dei dati definita “cultural analytics” (Manovich, 2009). Oltre ai musei, tra i primi ad aver recepito le novità del digitale rendendo virtuali i loro cataloghi per facilitarne gestione e fruizione, sono nati archivi digitali, come Europeana, che incoraggiano produzione e utilizzo di materiale culturale digitale.
Uno degli impieghi di dati culturali più discusso, di recente, è stato quello per la ricostruzione 3D della città siriana di Palmira. Nel 2018, l'archeologia digitale (“digital archeology”) avanza a grandi falcate ricostruendo porte, statue, fino ad intere città. La tecnologia si pone al servizio della memoria storica con il risultato che un quantitativo crescente di cultural data vengono raccolti e impiegati per la ricostruzione, fino ad arrivare a parlare di digitalizzazione come una nuova tecnica di conservazione “che non può rimanere preclusa ai paesi che ne hanno effettivo bisogno”, come dichiara Markus Hilgert, direttore del museo tedesco Vorderasiatisches(Museo dell'Asia Anteriore), alla Conferenza sulla Diplomazia Culturale, tenutasi a Bruxelles il 23 aprile scorso. Sempre secondo Hilgert il sapere andrebbe condiviso e le cosiddette building-capacity esportate in vista della creazione di collezioni virtuali di oggetti culturali, specie nelle aree a rischio.
Due felici esempi di utilizzo di dati culturali per la ricostruzione di siti, caduti vittima della furia umana contro la cultura e le identità culturali, sono rappresentati dalla documentazione raccolta relativa ai Bamiyan Buddah e dalla ricostruzione 3D della città di Palmira (si veda il progetto #NewPalmyra che raccoglie online contributi in termini di dati e informazioni da privati per la ricostruzione della città siriana). Nel caso dei Buddah gli studi, raccolti in quattro volumi sulle statue, sulle nicchie e sulla valle di Bamiyan, sono stati condotti congiuntamente dall'UNESCO, dal Ministero dell'Informazione e la Cultura della Repubblica Islamica dell'Afghanistan, dal National Research Institute for Cultural Properties di Tokio, dal Nara National Research Institute for Cultural Properties e finanziati dalJapanese Funds-in-Trust. I dati hanno permesso anche la realizzazione di un ologramma riproducente il grande Buddah, in un progetto finanziato dalla filantropia di una coppia cinese, autorizzato dall'UNESCO e, infine, donato al Department of Culture of Bamiyan.
Va precisato che, in entrambi i casi, l'intercessione dell'UNESCO (resa possibile grazie al fatto che si trattava di siti inclusi nella lista dei World Cultural Heritage, Convenzione UNESCO 1972) ha facilitato il processo di pubblicizzazione del materiale raccolto, mediando tra settore pubblico e i privati di volta in volta coinvolti.
Alla luce di queste novità sorgono spontanei interrogativi sul diritto di proprietà e la fruizione di questo patrimonio smaterializzato, che esulano dalle classiche querelle in tema di diritto d'autore sulle tecniche utilizzate. Non è da escludere che il passaggio dal materiale al digitale potrà tradursi anche in passaggio da proprietà pubblica, condivisa, a proprietà privata, cambiando così le modalità di accesso al dato culturale. Per fare un esempio: l'opera perduta, che prima poteva essere visibile, godibile, fotografabile e condivisibile da tutti, potrà diventare patrimonio esclusivo delle società che si sono operate per la raccolta dei dati culturali rendendoli poi accessibili soltanto dietro pagamento.
Sembra quindi opportuno precisare che digitalizzazione si coniugherà con “democrazia” e “conservazione” solo fino quando essa sarà condivisa e cioè aperta al pubblico; quando queste caratteristiche verranno meno e si permetterà la speculazione di pochi sulla memoria comune, sarà giunto il momento di ridiscutere creazione, conservazione e accesso ai cultural data.

* Si ringraziano l'UNESCO di Parigi e Kabul e l'ICCROMper la collaborazione.

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