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Passeggiando nella Fattoria di Celle, immersi nel dialogo fra arte e natura

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collezione al parco

Passeggiando nella Fattoria di Celle, immersi nel dialogo fra arte e natura

Per quelli che volano» è scritto sulla parete della Fattoria di Celle che guarda una signorile villa ottocentesca. E, alzando gli occhi, appare come un miraggio una panchina verde sul tetto. È l’opera di Luigi Mainolfi del 2011-2012 che ricorda Pina Gori, la moglie di Giuliano Gori, l’imprenditore visionario che ha dato vita al grande parco ambientale dove arte e natura dialogano a cinque chilometri da Pistoia. «Da questa terrazza la nonna amava fermarsi per ammirare il tramonto», racconta Caterina, la nipote, mentre, nel giorno del suo 27° compleanno, attraversa il parco. «Io sono cresciuta qui e da bambina pensavo che tutti avessero un nonno come il mio, appassionato d’arte».

È una visita per veri appassionati (www.goricoll.it): 40 ettari di arte contemporanea e poi, a perdita d’occhio, colline coltivate a ulivo e vite, incorniciate da boschi di lecci. Una contaminazione che rende unico il paesaggio. «La passione del nonno per l’arte nasce nel dopoguerra: è un momento di grande fermento. Conosce molti artisti e comincia a collezionarne le opere. Arriva qui nel 1970 dopo aver cercato a lungo un luogo dove far nascere il suo progetto di arte ambientale», racconta Caterina, che dallo scorso settembre, dopo la laurea in storia dell’arte, ogni giorno affianca l’instancabile nonno nello sviluppo di un progetto sorprendente e visionario. «Nel ’61 in un viaggio a Barcellona con il critico Giuseppe Marchiori, nel Museo di Arte Catalana il nonno vede una pala d’altare inserita in una cappella ricostruita appositamente e scopre quanto sia importante che un’opera stia nel contesto per il quale è stata creata».

Le origini del progetto

Torna in Italia con l’idea del progetto di un parco di arte ambientale e cerca una villa nei dintorni di Firenze, la trova qui a Pistoia, a due passi dalla sua azienda tessile di Prato. L’attività di imprenditore gli permetterà di occuparsi della Fattoria e di vederla crescere, con la sua famiglia, composta da Pina e i quattro figli, insieme ai tanti artisti invitati di volta in volta. Qui hanno vissuto, qui hanno creato, ispirati dalle suggestioni del parco non meno che da quelle dell’edificio storico, risalente all’anno mille. «È un laboratorio a cielo aperto», racconta Caterina davanti alla porta sonora in bronzo della Cappella “divina.com” di Daniele Lombardi e alla “Venere” in bronzo di Robert Morris, prima di percorrere un sentiero ombroso di lecci. Un posto unico, da cui si esce diversi da come si era entrati. Non sono pochi gli artisti che alla Fattoria di Celle hanno rivisto radicalmente il loro modo di lavorare o le loro idee sui materiali, come la polacca Magdalena Abakanowicz, che, partita dalla lana, scopre qui il bronzo e le sue affinità con il tronco degli ulivi. Così crea “Katarsis”, impressionante meditazione sui campi di sterminio nazisti. Anne e Patrick Poirier, qui realizzano “La morte di Efialte”, prima loro opera all’aperto. Emilio Vedova scopre l’ovale guardando l’ombra sui muri delle finestre semicircolari della villa; Robert Morris, dopo aver creato il suo “Labirinto” bicromo ispirato alle chiese toscane, si allontanerà per sempre dall’arte concettuale.

L’inaugurazione 36 anni fa

Il primo nucleo di 18 opere apre al pubblico nel 1982; oggi la collezione privata, composta di arte ambientale anche all’interno della fattoria e di due cascine, ne conta 80. La sua sostenibilità è data dagli investimenti fatti dal nonno e dall’attività tessile e da quelle collaterali.
La visita tra pavoni che passeggiano in libertà e lepri che all’improvviso attraversano il sentiero porta alla voliera creata nell’800 da Bartolomeo Sestini. Qui sembra condensarsi tutto il pensiero di Gori, il senso del suo operare con l’ambiente e con gli artisti. «La voliera è vuota – spiega Caterina – perché il nonno ha voluto aprire tutte le gabbie del parco, voleva solo animali. Poi ha chiesto a Michel Folon di ispirarsi alla voliera e lui nel 2002 ha creato all’interno della grande gabbia “L’albero dai frutti d’oro”, trasformando una prigione in un rifugio temporaneo dove gli uccelli possono trovare, alle estremità delle sette braccia dell’albero, mani che offrono cibo e acqua».

Dono reciproco fra amici

Come Folon molti artisti sono diventati nel tempo amici dell’imprenditore pratese trascorrendo nella villa interi mesi. «Quando il nonno si è accorto che alcuni di loro erano nati, come lui, nel 1930, ad esempio Dani Karavan, Enrico Castellani e Magdalena Abakanowicz, ha chiesto a ciascuno di scegliere un albero dando vita al Bosco dell’amicizia. Alessandro Mendini, saputo del progetto durante una visita alla Fattoria, gli inviò in una lettera il progetto di un albero meccanico, oggi presente con la scritta: “Scusa Giuliano se sono nato nel 1931”». «Durante l’inaugurazione nel 1982 – prosegue Caterina con la sua bella parlata toscana – c’erano 18 artisti a giro per casa. Il nonno si fece aiutare da Amon Barzel, curatore del Padiglione israeliano della Biennale di Venezia del 1978, la nonna sedeva a tavola gli artisti e loro la adoravano. Mi sarebbe piaciuto vivere quegli anni, salvo poi rientrare nei miei. Sono tante le storie del nonno: chi girava di notte nel parco per trovare ispirazione; chi lavorava l’una di fronte all’altro come Alice Aycock a “Le reti di Salomone” e Dennis Oppenheim alla macchina lancia razzi. E alla fine si sono sposati. Chi come George Trakas ha costruito “Il sentiero dell’amore” di legno e ferro, dove anni dopo la figlia è venuta a celebrare il suo matrimonio insieme alla nostra grande famiglia, 17 tra nipoti e pronipoti in giro per il mondo. Tutti gravitiamo intorno a questa casa e a questo parco e ogni volta ne usciamo arricchiti nei pensieri, nelle sensazioni, nei punti di osservazione».

Tra specchi e porte colorate

Come “La Cabane eclatée aux 4 salles” del 2005 di Daniel Buren, dove colori e specchi agiscono sulla percezione dell’opera attraverso tre esplosioni immaginarie (tre punti di vista): il pavimento diventa erba, le pareti bosco e le porte colorate, unica traccia antropomorfa, non hanno più un dentro e un fuori e il tetto diventa cielo. La “firma” di Buren è una linea larga 8,7 centimetri – esattamente la dimensione di una American Express – che ricorda con ironia come anche l’arte si possa comprare. Ma qui a Celle, Caterina sa bene che l’arte è sempre stata dono reciproco. Con la zia Virginia si occupa dell’attività didattica e con la zia Stefania dell’archivio.

Prossimi progetti? «Abbiamo inaugurato il 21 marzo l’opera “La Serra dei Poeti” di Sandro Veronesi e Andrea Mati, una serra omaggio alla poesia, un ringraziamento a madre natura, che, dopo la bufera del 2015 che abbatté oltre 500 alberi, ha ripreso a crescere con i suoi tempi» è il commiato di Caterina. Anche se l’arte ormai corre troppo veloce per attrarre qui artisti per mesi, il parco resta comunque un invito alla riflessione per chi ancora sappia cogliere la bellezza. «Per tutti quelli che volano» e, magari, sono pronti a sedersi su una panchina su un tetto.

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