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Art Basel: dalla frenesia all’acquisto informato sulle opere

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Art Basel: dalla frenesia all’acquisto informato sulle opere

Waddington Custot, © Art Basel
Waddington Custot, © Art Basel

C'erano forse meno collezionisti americani a questa edizione di Art Basel (14-17 giugno 2018) rispetto all'anno scorso, quando la fiera per l'arte moderna e contemporanea più importante al mondo si era trovata a coincidere con Documenta a Kassel, laBiennale di Venezia eSkulpturprojekte a Münster. Ma in compenso sono stati numerosissimi i collezionisti europei durante tutto il corso della settimana e anche quelli asiatici, soprattutto da Cina e Corea. In totale sono giunti acquirenti da più di 100 paesi e ben 400 musei, mentre il pubblico generico è arrivato a 95.000 visitatori, in linea con i numeri dell'anno scorso. Gli espositori, 290 gallerie da 35 paesi che presentavano opere d'arte di 4.000 artisti, si sono dichiarati soddisfatti delle vendite, nonostante la settimana della fiera seguisse altre due settimane di frenesia sul mercato dell'arte, con 2,8 miliardi di dollari spesi dai collezionisti in asta a New York.

Il mood del mercato. “L'umore del mercato è ponderato” ha dichiarato ad ArtEconomy24Michael Findlay, famoso dealer e voce autorevole del mercato, ora direttore ad Acquavella Galleries, una delle più importanti gallerie di New York, specializzata sugli Impressionisti e l'arte moderna europea e sulla pittura e scultura americana del Dopoguerra. “I compratori confrontano i prezzi e vogliono negoziare, sono informati, non sono interessati ad arrivare per primi, ma ad acquistare opere da conservare nel tempo.” Tra le gallerie in stand c'erano tre Picasso, un'opera di piccole dimensioni ma di grande valore di Eva Hesse, due nuove opere di Wayne Thibaud e un importante dipinto di Joaquín Torres-García, di cui la galleria ha preso in consegna di recente un gruppo di opere, in mostra in questo momento a New York. I prezzi non sono stati dichiarati.

Il trend “Joan Mitchell”. “Il mood è ottimo” ha dichiarato Brett Gorvy, per 23 anni presidente e capo internazionale per l'arte del dopoguerra e contemporanea da Christie's, oggi cofondatore della galleria Lévy Gorvy a New York. “Dopo le aste di New York da un lato c'è fiducia nel mercato, dall'altra c'è selettività da parte dei compratori, che cercano di negoziare, mentre i venditori vogliono raggiungere gli stessi risultati delle aste”. Certamente la galleria ha beneficiato dell'ondata di interesse nei confronti dell'espressionista astratta Joan Mitchell, per la quale alle ultime aste a New York è stato segnato il record d'asta di 16,6 milioni di dollari. La galleria ha venduto due sue opere: “Untitled”, 1959, un olio su tela da 175,2 x 165,4 cm, per 14 milioni di dollari e “Syrtis”, 1961, 130 x 162 cm, per 7,5 milioni di dollari. Anche Hauser & Wirthha venduto una tela del 1969 ad un collezionista europeo per 14 milioni di dollari, mentre Zwirner, che ha preso in mano la rappresentanza del lascito pochi giorni prima del record di New York, ha venduto “Untitled”, 1958, intorno ai 7,5 milioni di dollari. La galleria le dedicherà una mostra a New York nel 2019, mentre nel 2020 seguirà una retrospettiva al Baltimore Museum of Arte al San Francisco Museum of Modern Art. Certamente i prezzi sono destinati a salire ancora.

Le vendite. Anche la svizzera Hauser & Wirth ha puntato sui lasciti che rappresenta (negli ultimi anni sono aumentati molto, rendendo il programma sempre più storico). Per esempio, Arshile Gorky, Fausto Melotti, Alina Szapocznikow, Mira Schendel. Di quest'ultima ha venduto “Untitled”, 1963, per 1,2 milioni di dollari, mentre della Szapocznikow ha venduto “Lampe”, circa 1967, per 950.000 dollari. Tra le vendite più care c'è stata, oltre alla composizione di Joan Mitchell, anche l'opera di Louise Bourgeois “The Three Graces”, 1947, per 4,75 milioni di dollari. Edizione di successo anche per Pace, che il giorno dell'anteprima ha venduto un ritratto di Judy Garland di Andy Warhol del 1978 per un prezzo non rivelato. Inoltre ha venduto “Untitled #19” di Agnes Martin del 2002 per 3 milioni di dollari e “Dog Painting #27” di David Hockney, un olio su tela del 95, per 1,6 milioni.

Il contemporaneo. Anche al piano di sopra, quello dedicato al contemporaneo, le gallerie si sono dette soddisfatte. Subito di fronte alla scala mobile di accesso al piano, Esther Schipper di Berlino mostrava un grande lavoro di Anri Sala realizzato in Germania insieme ad un gruppo di bambini rifugiati, ad ognuno dei quali l'artista ha chiesto di addentare una mela e osservare le tracce del morso. Una riflessione sulla propria identità, ma anche sul processo di accoglienza e schedatura dei rifugiati. Le fotografie delle mele, ritoccate col pennello dall'artista, sono state appese ad altezze diverse a riprodurre le note sullo spartito dell'inno nazionale tedesco (prezzo non dichiarato). Altri lavori in stand erano delle opere che giocavano con la luce di Ann Veronica Janssen, Philippe Parreno, una grande opera di Ugo Rondinone, alcune fotografie dei primi anni di General Idea appena riscoperte nell'archivio di AA Bronson.
È andata molto bene anche allo stand di Peter Kilchmanndi Zurigo, che ha venduto molte opere di artisti come Hermann Bas (40.000-150.000 euro) e Francis Alÿs (130.000 euro). Un'opera in stand molto fotografata è stata quella del duo cubano Los Carpinteros: una piscina in cui l'acqua si ghiaccia, diventando inutilizzabile, un riferimento alle tante piscine rimaste a Cuba dai tempi pre-rivoluzione, prima simbolo di lusso, poi riutilizzate per coltivare o allevare gli animali.

I collezionisti italiani. Tra i corridoi della fiera si sentiva parlare molto italiano. Numerosi, infatti, sono i collezionisti italiani in visita ad Art Basel sia durante i giorni di anteprima, che nel fine settimana. “Personalmente è stata la prima volta che ho partecipato e sono rimasto molto contento” ha dichiarato ad Arteconomy24 il collezionista Marco Paletta. “Ho acquisito un'opera di Teresa Margolles da Peter Kilchmann (proposta dalla galleria a 15.000 euro) e un'opera di Rodrigo Hernández da Mandragoadi Lisbona (proposta dalla galleria a 6.500 euro)”. Lo stesso artista messicano è stato apprezzato da un altro collezionista italiano, Giuseppe Casarotto. “Grandioso il lavoro di Rodrigo Hernández “The shadow of a tank” alla giovane galleria Madragoa nella sezione Statements, mentre nella sezione Feature ho apprezzato il coraggio diEmanuel Layrche ha proposto la ricostruzione dello studio dell'artista Stano Filko di Bratislava, le opere di Alex Katz ben presentate da Monica de Cardenas, così come Paolo Icaro da P420. Nella sezione Galleries ho trovato il lavoro di un artista tra i miei preferiti, Darren Bader, “Sculpture #3.85”, suddiviso tra quattro gallerie (Andrew Kreps, Franco Noero, Blum & Poe e Sadie Coles HQ). Bella idea! Mentre Massimo Mininiesponeva tra le opere dei suoi tradizionali artisti una scultura iperrealista di John De Andrea, un nudo in polivinile del 1977 appoggiato al muro. Continuo con le bellissime fotografie di Roe Ethridge da Andrew Kreps e le fotografie di Torbjørn Rødland presso la galleria Nils Stærk di Copenaghen. Tra tutte le meraviglie esposte alla hall 2.0 (quella dedicate al moderno e agli artisti storicizzati o più affermati, ndr) mi ha quasi commosso “untitled” di Jannis Kounellis del 1966, una rosa nera di grandi dimensioni (prezzo di vendita 5,5 milioni di dollari) accompagnata da almeno cinque meravigliose carte anni ‘60 presso la galleria di San Francisco Anthony Meier Fine Arts. Mai visti così raggruppati capolavori di Jannis, chissà la provenienza...”

“Se devo dire cosa mi è piaciuto partirei dai campioni che rivedo sempre volentieri come Wolfgang Tillmans” rivela un altro collezionista italiano, Diego Bergamaschi, “senza dubbio il fotografo contemporaneo più importante ed influente del mondo, con prezzi che vanno dai 10.000 ai 25.000 dollari in stand da Galerie Buchholz. Sempre rimanendo nel segmento fotografia, Jochen Lempert, fotografo intellettuale con scatti magici e poetici (da Projectesd price range 2.000-20.000 euro). Passando, invece, ad opere più materiche e tridimensionali, come non citare Michael E. Smith, artista concettuale americano che rivede in modalità 4.0 l'appropriazionismo duchampiano in salsa neomaterialista (price range da 10.000 a 25.000 dollari daZero... Milano e KOW di Berlino). Sempre in area concettuale da Gb Agency di Parigi un'opera meravigliosa di Roman Ondak a 40.000 euro, e inoltre invito caldamente ad approfondire due dossier di artisti entrambi scomparsi: Jef Geys, artista belga che ha sviluppato la sua ricerca di critica istituzionale partendo dal proprio personale archivio (Air de Paris) e Philippe Thomas (Jan Mot Bruxelles), presente in fiera con un lavoro fotografico consistente in un trittico di immagini identiche, differenziate esclusivamente dalla didascalia ma soprattutto dalla firma in calce (40.000 euro). Tra i giovanissimi che hanno trovato sbocco in gallerie di primo piano citerei Jean Marie Appriou, francese, con una ricerca che parte da basi fiction ed immaginifiche per realizzare sculture figurative in materiali tradizionali come vetro, legno, cemento - in particolare c'erano delle teste in vetro molto belle ed interessanti, 8-12.000 dollari, da Galerie Eva Presenhuber. Termino la mia carrellata con una parentesi molto poetica in un contesto fortemente connesso al business ed alla velocità di fruizione, ovvero Christodoulos Panayiotou, artista cipriota da Kamel Mennour, con una rivisitazione concettuale ed astratta delle icone bizantine che, persa la significazione iconologica, divengono nuove moderne icone”.

“Art Basel non è una semplice fiera” conclude il collezionista Ivan Frioni, “è un evento talmente centrale nel sistema dell'arte contemporanea da sovrastare tutto il resto, un marchio che ormai prevale sui contenuti ed incombe sui suoi figli come Saturno, rischiando concretamente di divorarli. I commenti sulle opere mi sembrano addirittura superflui. A Basilea è tutto bello, organizzato, perfetto, talmente perfetto che alla fine, un po', ci si annoia. Il lavoro che ho più apprezzato? Il video di Rirkrit Tiravanija nella sezione Unilimited. E poi la Fondazione Beyeler e Schaulager, luoghi che visiterei anche se non vi esponessero nulla”.

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