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Collezione Iannacone e Art house di Adrian Paci presentano l’arte emergente albanese

Per la quinta edizione del ciclo di mostre «In Pratica», dal titolo «Ex Gratia», l'avvocato e noto collezionista d'arte Giuseppe Iannacone ha invitato dieci giovani artisti albanesi presentati da Adrian Paci. Albanese di origini, Paci è arrivato a Milano come migrante nel 1997 per sfuggire disordine e violenza del periodo di anarchia seguito al crollo del regime comunista e oggi, oltre a essere una figura di riferimento della scena artistica italiana, è anche il fondatore – con la moglie Melisa – di Art House, un progetto indipendente, culturale e pedagogico creato nella casa di famiglia a Scutari.
La collaborazione tra Adrian Paci e la Collezione Giuseppe Iannacone - curata da Rischa Paterlini - ha portato l'esperienza di Art House School da Scutari in una mostra a Milano nello studio dell'avvocato visitabile su appuntamento fino al 13 luglio, cui hanno partecipato i dieci artisti albanesi emergenti selezionati da Adrian e Zef Paci, storico dell'arte e curatore. Un'esperienza doppia, dunque, di condivisione e scambio culturale, che parte da un luogo, Art House, nato per costruire partecipazione, dialogo e critica artistica e sociale oltre i confini di un paese che è cresciuto drammaticamente negli ultimi anni, celebrato tra le mete da visitare nel 2014 dal New York Times.

Abbiamo raggiunto Adrian Paci per parlare di Art House, del progetto «In Pratica» e della scena artistica albanese, rappresentata in mostra da Silva Agostini, Bora Baboçi, Fatlum Doçi, Lek M. Gjeloshi, Jetmir Idrizi, Iva Lulashi, Alket Frashëri, Remijon Pronja, Alketa Ramaj e Stefano Romano.
Per il progetto Art House non hai scelto la capitale dell'Albania, Tirana, bensì Scutari.

Cosa rappresentano rispettivamente per il sistema dell'arte albanese?
Tirana è la capitale dell'Albania ed è lì che vive un terzo della popolazione del paese, dove sono dislocate le istituzioni di rilievo nazionale e le rappresentanze politiche, economiche, culturali e diplomatiche. Ma Tirana è anche una città nuova: fino al 1920, data in cui diventa capitale, è un piccolo paesino. Nei corsi e ricorsi della storia, Scutari è ed è rimasta una realtà minore e più periferica, ma ha una storia importante per l'Albania come centro politico e, soprattutto, culturale. Qui, ad esempio, la stampa a caratteri mobili di Johann Gutenberg e la fotografia arrivarono in grande anticipo rispetto al resto d'Europa, e la città è anche sede del primo osservatorio astronomico della regione, del 1888. Per questo fare Art House a Scutari rappresenta un tentativo di uscire dalla centralità di Tirana, nello spirito di spostare l'attenzione critica e rivelare le potenzialità nascoste e diffuse di un paese come l'Albania. Poi Art House è un progetto fatto a casa e casa mia era e Scutari, perciò non avevo altra scelta.
Art House nasce da un'esigenza di tipo culturale, ma rivendica da subito il ruolo dell'arte in una dimensione sociale o meglio urbana, per la sua identità “militante” e collettiva.

Ci racconti come è iniziato tutto?
Prima di diventare un centro d'arte, Art House nasce come un progetto di resistenza urbana verso un processo di speculazione edilizia che si stava verificando in quell'area, tutto intorno a una casa antica di stile ottomano appartenuta alla nostra famiglia. Rapidamente tra fine 2012 e inizio 2013 cinque case tradizionali del nostro quartiere sono state abbattute per costruire un palazzo di nove piani. Se avessimo obbedito alla logica della speculazione, avremmo ricevuto appartamenti nuovi e moderni in cambio della nostra casa. La scelta nostra era quella di non seguire questa logica e insieme a Zef Paci ho scelto di resistere, con un progetto che vedeva l'arte come protagonista. Questo progetto prevedeva una casa nuova che “voltava le spalle” al palazzo di nove piani e si apriva verso la vecchia facciata della casa di Zef. Un mio amico architetto, Filippo Taidelli, ha lavorato per ideare un volume dove si creasse un dialogo intimo tra la dimensione privata e quella pubblica e tra uno stile nuovo e quello vecchio. Così a settembre 2015 abbiamo inaugurato Art House, e da quella data tanti ospiti dal mondo dell'arte sono venuti a trovarci per condividere con noi il loro lavoro e per conoscere la scena locale.

In effetti Art House si è ritagliata da subito un ruolo importante per i giovani artisti albanesi, mettendoli in contatto con una rete di professionisti internazionali che hai avuto modo di conoscere e coltivare dagli anni '90 a oggi. Quali sono stati gli eventi che hanno marcato la tua carriera come artista albanese, e facilitato un incontro tra Albania e resto del mondo sul piano artistico?
Gli eventi sono stati tanti, soprattutto verso la fine degli anni '90, dopo la caduta del regime. Nel 1998, ad esempio, la mostra nazionale “Onufri” è stata trasformata in una mostra internazionale curata da Edi Muka. Questo passaggio ha segnato una prima sostanziale apertura della scena artistica albanese a un dialogo di tipo internazionale. Tra la fine degli anni ‘90 e inizio 2000 sono arrivati curatori come Harald Szeemann, Renè Block, Giancalo Politi, Kathrin Rhomberg, Peter Weibel, Massimiliano Gioni e tanti altri che hanno incontrato la scena nascente dell'arte contemporanea in Albania e l'hanno messa in dialogo con la scena internazionale dando spazio ad artisti albanesi nelle manifestazioni internazionali e portando in Albania il lavoro di artisti provenienti da altri paesi. Un altro momento di svolta è stato quando Giancarlo Politi ha ideato laBiennale di Tirana nel 2001, dopo aver presentato per la prima volta l'arte albanese alla Biennale di Veneziadel 1999. Nel frattempo io, Anri Sala e Sislej Xhafa siamo stati chiamati a partecipare a Manifesta 3 nel 2000. In questi ultimi vent'anni la scena artistica albanese ha avuto i suoi momenti entusiasti e altri di stanchezza, ma penso che quanto accaduto alla fine degli anni '90 abbia ancora effetti nel presente.

Quali sono gli interlocutori di Art House - le gallerie, i musei e gli spazi non profit - che fanno parte del sistema artistico in Albania?
Non possiamo ancora parlare di un sistema dell'arte in Albania. Ci sono spazi che con fatica cercano di sviluppare una ricerca, questo sì. Accanto alla Galleria Nazionale d'Arte, diretta da Erzen Shkololli, ci sono spazi comeGaleria Zeta, Tica, Tirana Art Lab, Miza, Spazio Harabel, Bazament e tanti altri.

Sulla base di quali criteri hai scelto i dieci artisti della mostra «In Pratica» alla Collezione Iannacone?
Come ti dicevo, la mostra nasce dall'esperienza di Art House School. Con Zef abbiamo pensato di invitare un gruppo di dieci giovani artisti, non studenti, che sono stati attivi negli ultimi anni nella vita artistica in Albania. Sentivamo che mancava uno spazio di dialogo tra artisti giovani e abbiamo pensato che un esperienza di condivisione del lavoro, delle idee, dei progetti, delle letture, dei dubbi e delle intuizioni poteva essere salutare per tutti. Non c'erano professori e studenti, ciascuno portava la sua esperienza e la raccontava a curatori e artisti internazionali. Adam Budak, Emily Jacir, Yael Bartana, Tommaso Sacchi e Rischa Paterlini sono venuti a trovarci e oltre a condividere con noi il loro lavoro hanno ascoltato le esperienze e il lavoro dei partecipanti. Da quest'esperienza è nato poi l'invito di Rischa a mostrare il lavoro presso la Collezione Iannaccone.

Il mercato dell'arte è recente, ma gli artisti albanesi sono già entrati nell'orbita di interesse del collezionismo, come dimostra la collaborazione espositiva con la Collezione Iannacone. Quanto costano le opere esposte?
Sinceramente non mi sono occupato della la lista dei prezzi, ma direi che il valore economico si aggira intorno ai mille-5mila euro. In Albania è ancora possibile acquistare opere di artisti molto bravi per prezzi tutto sommato piuttosto bassi.

Quali sono le criticità e quale il potenziale di esercitare la professione artistica in Albania oggi? Se fossi un giovane artista, resteresti in Albania o partiresti all'estero?
La criticità è che l'Albania, malgrado gli sforzi, rimane ancora un paese con tanti problemi e sopravvivere come artista è quasi impossibile. Non c'è un vero e proprio collezionismo per l'arte contemporanea e i budget pubblici fanno fatica a essere all'altezza dei bisogni reali. Per quanto riguarda la seconda domanda, se partire o restare, credo che non esistano formule per risolvere questo dilemma. Si tratta forse di superare la domanda “ should I stay or should I go” mantenendo un equilibrio tra il legame con il tuo territorio e le opportunità di viaggiare, conoscere e farsi conoscere all'estero.

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