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Da Kapoor e Buren coraggio «a sei mani» per San Gimignano

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Da Kapoor e Buren coraggio «a sei mani» per San Gimignano

A sei mani, 2018 - di DanieL Buren & Anish Kapoor  - lavoro in situ. Vinile adesivo bianco largo 8,7 cm, pvc nero, ferroCourtesy the artist and GALLERIA CONTINUA, San Gimignano / Beijing / Les Moulins / Habana. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio
A sei mani, 2018 - di DanieL Buren & Anish Kapoor - lavoro in situ. Vinile adesivo bianco largo 8,7 cm, pvc nero, ferroCourtesy the artist and GALLERIA CONTINUA, San Gimignano / Beijing / Les Moulins / Habana. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio

Storicamente San Gimignano era una tappa della Via Francigena. Oggi, nel paesaggio toscano, svetta tra Siena e Firenze con le sue 13 torri, ma nel Trecento si dice che fossero 72, ognuna innalzata come status symbol da una famiglia benestante. Gli artisti passati da qui sono tantissimi: da Domenico Ghirlandaio a Benozzo Gozzoli e prima ancora Simone Martini, Taddeo di Bartolo e Jacopo della Quercia. Non stupisce che in questo borgo, dove sciami di turisti affollano ogni angolo di bellezza, l’arte trovi ancor oggi linfa vitale. «Qui ho potuto realizzare opere rischiose che i musei non osano più fare» racconta Anish Kapoor, nato a Bombay, scultore e architetto britannico con studio a Londra. «Ho scavato grandi buchi nel terreno con l’acqua intorno, lavorato con il fumo, creato opere problematiche che costano e non portano ricavi. E forse ciò è stato possibile grazie a un certo spirito delle persone, perché siamo a San Gimignano, un luogo che si ritrae da ciò che è mainstream».

«Qui ho trovato persone con il coraggio di fare cose che neanche i musei fanno più, perché non hanno fondi» aggiunge Daniel Buren, maestro francese consueto a installazioni architettoniche in spazi pubblici. I due maestri sono autori dell’opera site specific «A sei mani», 2018, installata nella platea del teatro di San Gimignano, oggi spazio dedicato all’arte gestito da Galleria Continua. L’installazione di grandi dimensioni, frutto della progettazione congiunta, riconfigura lo spazio attraverso grandi reti in ferro tese da tiranti di acciaio tra un pavimento a strisce bianche e nere, rigorosamente di 8,7 cm, e un soffitto costellato da punti luce.

La prima opera realizzata insieme si rivela al termine di un percorso espositivo – visitabile fino al 22 settembre – che mette in dialogo l’esperienza artistica dei due maestri che sin dai loro esordi lavorano sul tempo e sullo spazio, che in questa intervista ai due artisti la raccontano in esclusiva ad ArtEconomy24.

«Ci conosciamo da più di 25 anni – spiega l’artista inglese di origini indiane – ma tre anni fa Lorenzo Fiaschi (director e partner di Continua, ndr) propose a entrambi l’idea di costruire insieme una mostra e un’opera. Non c’è stata quasi comunicazione tra noi due, se non tramite Lorenzo e quest’idea ci è piaciuta. Lavorare con Daniel è stata una scoperta – prosegue Kapoor – siamo due artisti molto differenti ma condividiamo molte cose: il colore, lo spazio, gli specchi, le domande sulla realtà, sulla pittura, sugli oggetti, sul pubblico e sul ruolo dell’artista. Nel preparare la mostra ogni cosa si è chiarita in progress senza dover pianificare nulla e la galleria è diventata uno studio sperimentale».

Da sx Maurizio Rigillo (co-direttore Galleria Continua), Anish Kapoor, Daniel Buren, Lorenzo Fiaschi (co-direttore Galleria Continua)
Ph. OKNOstudio

Un’esperienza molto diversa dal loro solito modo di lavorare e di confrontarsi con il pubblico. Anish Kapoor svolge la sua pratica quotidiana in uno studio a Londra. «Quando creo un lavoro lo faccio per me, non per un pubblico possibile. Sono il critico più aspro di me stesso e sono anche abbastanza arrogante per dire che se un’opera va bene a me, allora vuol dire che va bene. E, tuttavia, non si può essere artisti se non si è assolutamente chiari intorno ad alcune questioni fondamentali: che cosa significa fare arte, che cosa significa prendere materiali perfettamente ordinari e avere l’audacia di dire “questa è arte, non è più soltanto materia”.

Ciò che avviene è una sorta di processo trasformativo e anche una combinazione di dubbio e certezza, che funziona per l’artista, non per il pubblico. E il significato emerge dall’opera stessa che espone il suo senso. Così, io ho portato le mie opere, Daniel le sue con lo stesso senso di fiducia storica ed è avvenuta l’esplosione, le cose sono accadute a San Gimignano!» sorride Kapoor.

Ma l'arte può cambiare l'uomo oltre che lo spazio?

«Per gli altri non saprei – aggiunge Buren –, ma per me sicuramente un’opera trasforma il mio modo di pensare, forse non ogni volta ma certamente molto spesso, quando succede qualcosa che non ti aspetti». Il modo di lavorare del maestro francese è sensibilmente diverso da quello di Kapoor. «Dal 1967 non lavoro in studio e le mie opere vengono prodotte lì dove vengo invitato» spiega l’artista francese, Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nell’86 per il miglior padiglione. «È una pratica lunga e densa perché da 55 anni faccio una mostra ogni 10 giorni. La differenza più grande rispetto al lavoro in studio è che quando l’opera è finita si trova sempre più o meno sotto gli occhi di qualcuno e io non ho più il tempo o la possibilità di dire se va bene o no. Solo due o tre volte ho potuto posporre l’inaugurazione per cambiare qualcosa, altrimenti il lavoro è bell’è pronto e il pubblico ne è testimone».

Daniel Buren
Ph. OKNOstudio

«Questo è l’aspetto più importante dell’autoeducazione dell’artista – riflette Kapoor – che lavori o meno in studio, l’educazione al significato dell’arte avviene in pubblico. L’artista che lavora in pubblico è da un lato una sorta di personaggio teatrale, dall’altro compie un atto di coraggio». Il pubblico, che sembrava escluso dall’orizzonte dell’artista, torna sorprendentemente in causa. E si connette al tema dello spazio, centrale per artisti che hanno realizzato negli anni opere ambientali di grandi dimensioni. «La domanda chiave –ragiona Kapoor – è se c’è abbastanza spazio in un’opera affinché qualcun altro possa portare dentro se stesso. Non è il mio spazio, è lo spazio nel quale deve esserci abbastanza vuoto. È un duro negoziato dell’artista con se stesso: vorremmo dire tutto, ma la vera poetica di una vita creativa è non dire tutto, ma lasciare che sia lo spazio a farlo» spiega Kapoor.

«Ho cominciato a lavorare con un minimo di consapevolezza, ormai molti anni fa, con l'incredibile ambizione e stupidità di cambiare il mondo – racconta Buren -. Ma nello stesso tempo non si aveva idea di cosa cambiare, di cosa sarebbe davvero cambiato e a chi potesse importare. La decisione di cambiare il mondo è fondamentalmente, ma non posso farla emergere troppo spesso sennò la gente potrebbe riderne”. I due artisti si guardano all’ombra del giardino della galleria Continua e Kapoor aggiunge : «Bisogna avere grande fede e grande dubbio insieme, entrambi contraddittori e necessari!».
Che cosa c'è da cambiare nel sistema dell'arte in questo momento. Tanto?
«Sì, sarà bene!» sorride convinto Buren. «Sappiamo che è necessario – aggiunge Kapoor -. La vecchia idea modernista dell'artista radicale è molto importante, ma ai giorni nostri, in questo clima in cui ogni cosa è in vendita e ha una possibilità economica essere radicali è difficile perché quando ti “comprano” non sei più radicale. E allora, come rinegoziare, in quanto artisti, la novità, l'apertura senza venderla? È un bel problema… Ognuno deve chiederselo».
«Sappiamo che la soluzione non può essere quella di rifiutarsi di vendere – aggiunge Buren -. Ci confrontiamo con opere di artisti viventi (dico viventi perché non mi piace la parola contemporanei) più o meno giovani. Dalla storia sappiamo che non fu mai possibile per un artista creare l'opera e poterla vendere subito dopo (se non su committenza, ndr). Io per esempio appartengo a una generazione che non era sicura di poter vivere della propria arte. Questo fino alla metà degli anni Sessanta. Dagli anni Ottanta in poi è stato più o meno naturale avere gallerie e collezionisti. Oggi il mondo è completamente cambiato e gli artisti dovrebbero cercare di cambiare la loro situazione attraverso il loro lavoro, sebbene sia molto difficile.

La situazione cambierà veramente soltanto quando gli artisti si faranno promotori di un movimento spirituale simile a quello che si ebbe un po' ovunque nel mondo occidentale a metà degli anni Sessanta, quando persone che nemmeno si conoscevano cominciarono non tanto a costruire un nuovo mondo, ma a cambiare quello esistente. Ogni cosa che veniva fatta a quel tempo era tesa a cambiare, non più quelle regole, non più quel museo. Ogni cosa doveva essere spazzata via. Alla fine capimmo che si trattava di un grande cambiamento e mai avremmo pensato che il sistema dei musei, per esempio, si sarebbe trasformato così velocemente per soddisfare nuovi bisogni. Prima della guerra andava bene se un artista veniva esposto quando aveva 60 o 70 anni o anche più. Dopo, il sistema dei musei ha conosciuto una vera e propria rivoluzione. La cosa ha almeno due aspetti interessanti: il primo è che il museo ha perso totalmente il prestigio che aveva in quanto luogo in cui si definisce chi è artista - questo per me è un bene, visto che avevo tanto criticato questa funzione del museo - e l'altro aspetto, però, è che si è creata una totale confusione nel sistema nel suo complesso, non solo in Europa e in America ma un po' ovunque, Cina, Giappone, Corea e ora un po' anche in Africa e in Sud America» chiosa l'artista francese.

Anish Kapoor
Ph. OKNOstudio

«Questo oggi è un grosso problema per noi – conferma Kapoor -, perché il mondo è governato da una grande quantità di denaro. In quanto artisti siamo tenuti a interrogarci su come mantenere una visione che non sia puramente autoreferenziale come diceva Daniel, all'interno del sistema dei musei ecc. Certo, io sono nel mercato e le mie opere sono in vendita, ma allo stesso tempo come tenere insieme la fragilità, la poetica, il radicalismo, la difficoltà o la facilità del fare arte? Tutte queste cose giocano insieme e come interagiscono con il nostro radicale individualismo questa è, alla fine, la vera questione. Un problema culturale complicato e difficile mai conosciuto prima» chiarisce l'artista britannico.
“Un tempo c'erano più delimitazioni e confini – ricorda Buren -, ciò che stava da una parte non stava dall'altra, mentre oggi è tutto più mescolato e la gente non fa differenza tra Botero e Carl Andre sono entrambi bravi, possono avere la stessa galleria o lo stesso museo che li espone l'uno dopo l'altro». «È quello che succede quando l'economia prende il posto dell'estetica o del rigore intellettuale. Tutto si equivale, ogni cosa è uguale all'altra. Ma non è così» avverte Kappor.
E Buren scotendo il capo riflette: «Penso che questa confusione possa essere fermata solo da due cose: uno spirito nuovo presso gli artisti più giovani che trovino il modo di spazzare via tutto ciò e l'altra cosa, affatto bella, è la rivoluzione o la guerra…». “Oppure – cerca una terza via Kapoor -, che gli artisti facciano cose troppo difficili da vendere, perché troppo complicate o troppo grandi o troppo piccole. E questo deve diventare un aspetto costante della nostra pratica».
Pensate che in altre epoche la situazione del mondo dell’arte fosse diversa?
«Sì, completamente – risponde Buren -. A parte poche eccezioni, come Picasso, la maggior parte degli artisti in vita era completamente sconosciuta, se non all'interno di piccoli gruppi. Oggi se ne sa molto di più, qualunque sia la qualità degli artisti, nessuno ha grandi problemi nel fare ciò che vuole. Una volta, invece, gli artisti dovevano confrontarsi con una certa aggressività intellettuale, cosa importante e interessante. Oggi si può fare ciò che si vuole e non importa a nessuno» si rammarica il maestro francese. «Non c'è nessun rigore estetico e intellettuale» conferma lo scultore.
«Già non c'è più dibattito e l'uso indiscriminato della parola “contemporaneo” è la più bella invenzione dalla classe dominante, diciamo della borghesia, per uccidere l'arte» prosegue Buren. Sino al paradosso sorride amaro Kapoor che: «Un artista ha citato in giudizio il MoMAper 100 milioni di dollari per non aver mostrato la sua opera, dando così un giudizio estetico sul suo lavoro, come riportato in un recente articolo del New York Times». Da non crederci!

Il maestro francese riflette: «Prima la borghesia ha inventato l'Avanguardia, poi l’ha rifiutata ed stata accettata solo dalla borghesia illuminata. Ora, invece, non c'è più opposizione, la classe dominante accetta qualsiasi cosa: è più semplice che giudicare e questo ha distrutto tutto».
Concorda Kapoor: «I valori della democrazia liberale sono diventati mainstream. Noi - tutti democratici liberali - adesso siamo la borghesia, mentre i nuovi radicali sono l'estrema destra, come l'uomo in America che non nominiamo. Loro sono radicali: è un mondo al contrario. Oggi le cose che troviamo più esagerate sono le più radicali. Che cosa abbiamo fatto a noi stessi per renderci così mainstream? È lo stesso problema per gli artisti e per i poeti: noi siamo diventati la borghesia. Dobbiamo ripensare il significato di un concetto importante come quello di outsider. L'artista è stato sempre un outsider, ma se ora siamo tutti insider come si può essere outsider? Che cosa faremo? È un grande problema. Se sei dentro come puoi uscirne?» afferma e scuote il capo Kapoor
L'arte ci può dare il tempo per riflettere?
«Speriamo..» rispondono in coro.
Avete altri progetti insieme per il futuro?

«Penso di no» dice Buren. «Come no, io spero di si!» ribatte Kapoor. «Non possiamo fare miracoli ogni giorno» risponde Buren. «Ma tu riesci a farne ogni dieci giorni, come ci riesci, non hai mai dei dubbi?» gli domanda Kapoor. E a noi viene voglia di tornare nell’ex teatro della Galleria Continua per tentare di esplorare le geometrie variabili, e forse inaccessibili, create dai due maestri per la prima volta coautori di un’opera unica, ispirata dal loro gallerista Lorenzo Fiaschi.

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