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Waterfront, alla Biennale di architettura in mostra le best practice per l’Italia

  • –di Paola Pierotti

Da Trieste a Taranto, da Porto Marghera a Bagnoli, in Italia il futuro delle più importanti aree industriali dismesse ha spesso a che fare con la relazione tra la città e l’acqua. Zone di forte criticità e di altrettante evidenti opportunità, da anni all’attenzione di politici e investitori privati, anche con progetti strategici e visionari, ma senza quei risultati che si riscontrano in capitali internazionali. I progetti si sono tradotti in architettura in città come Marsiglia, Baltimora, Rotterdam, Sydney, Amburgo e Londra.

Proprio nei giorni in cui il premier Matteo Renzi ha firmato un accordo per il recupero del Porto Vecchio di Trieste, la 15esima Biennale di Architettura di Venezia ha deciso di dedicare un progetto speciale al tema dei waterfront e ha coinvolto Stefano Recalcati con il supporto del team di Arup per curare un’iniziativa capace di illuminare su scenari alternativi, possibilità concrete e percorsi progettuali da applicare anche alla vicina Marghera.

«Con l’iniziativa Reporting from Marghera and Other Waterfront abbiamo realizzato una ricerca-laboratorio per quelle aree che oggi vengono vissute come un problema, ma che portano in dote elementi di forte potenzialità per il futuro, con ricadute certe sull’economia e la società. Progetti di successo – spiega Recalcati – processi virtuosi, iniziative pubblico-private che hanno segnato un cambio di passo, battaglie vinte che hanno restituito centralità e qualità a luoghi marginali e degradati».

I casi sono stati scelti per l’efficacia nella gestione del processo, per la qualità dei progetti, per la risoluzione dei temi ambientali e infrastrutturali. Ci sono realtà ormai entrate nella letteratura come Barcellona e Boston, altre in via di definizione come Santander, Oslo e Dublino. Ci sono due casi italiani, Venezia e Napoli, dove il futuro è ancora da decidere. I 12 casi internazionali sono stati analizzati considerando i fattori chiave entro cui descrivere le azioni intraprese dalle città nella fase di rigenerazione urbana. In primo luogo la ricerca considera determinante la visione e l’identificazione di una nuova idea di città, attrattiva perché proprio perché affacciata sul mare. Spesso nei casi virtuosi si è riscontrato un impegno delle amministrazioni a semplificare l’iter decisionale della trasformazione e si sono coinvolti i cittadini nello sviluppo delle scelte progettuali. In anticipo sono stati affrontati i temi di contesto, senza poi perdere di vista la qualità architettonica. Il mix di questi ingredienti, con una buona dose di implementazione tecnologica e di soluzioni innovative, è stato centrale per affrontare per tappe grandi processi di rigenerazione che hanno via via unito aree che per anni erano state separate, riutilizzarle anche per usi temporanei e poi definitivamente riconvertirle.

Sotto i riflettori internazionali oggi c'è la zona di Hafen City ad Amburgo, 127 ettari di superficie il cui processo è iniziato nel 2010, ad Oslo c’è Fjord City, un'area di 225 ettari, con un cantiere avviato nel 2000, e ancora a Santander si lavora a Smartbay, un’area di 60 ettari con un progetto iniziato sei anni fa. Intanto Napoli aspetta un progetto per un’area di 247 ettari, mentre a Venezia la sfida è aperta per un’area di 1,900 ettari. Marghera potrà essere la periferia di Venezia o la Porta dell'Europa, la Biennale rilancia la sfida.

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