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Arredi in trasparenza, la struttura è invisibile

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Arredi in trasparenza, la struttura è invisibile

Ombré Glass Chair di Germans Ermics
Ombré Glass Chair di Germans Ermics

Il fascino della trasparenza, in arredi che sembrano evanescenti e senza peso, passa per l’utilizzo di materiali che lasciano filtrare la luce come vetro e plastica. E per una dose di innovazione tecnica che è riuscita a rendere invisibile la struttura portante. Come spiega il giovane designer lettone di base ad Amsterdam Germans Ermičs che ha firmato quest’anno una poetica Ombré Glass Chair, dichiarato tributo alla Glass Chair che Shiro Kuramata realizzò nel 1976: «Usando il nuovo adesivo Photobond 100, Kuramata è stato in grado di unire sei fogli di vetro senza viti, montanti o rinforzi». Uno sforzo di purezza, come quello estremo visto nei Jellyfish Vases di Nendo all’interno della mostra Invisible Outlines, a Milano durante l’ultimo Salone (e poi in Belgio): 30 vasi di silicone sottilissimo, trasparente ma dalle sfumature azzurro-rosa, immersi in una vasca a fluttuare come tante meduse, tra i fiori e l’acqua.

Anche Folio, del duo Yabu Pushelberg per Glas Italia, è una sfida tecnica ai limiti del vetro: è uno scrittoio ottenuto da un’unica lastra di cristallo dello spessore di 15 mm, curvata. Ispirato a un semplice foglio di carta piegato, esprime al massimo grado la trasparenza del materiale. La speciale tecnica di saldatura delle lastre di cristallo piano, che elimina ogni opacità tra le parti incollate, è alla base anche dei prodotti della pesarese Tonelli Design, che lavora spessori da 12, 15, 20 mm, per le strutture portanti, e da 6, 8, 10 mm per i piani e gli sportelli. Tra le novità c’è il guardaroba Shoji di Isao Hosoe Design e Lorenzo De Bartolomeis, con scheletro in vetro, anta scorrevole a specchio, panca e cassetti in legno di noce. Come dice il nome, richiama la tradizione dei pannelli divisori mobili giapponesi in carta, che lasciano passare la luce e le ombre.

Nell’illuminazione, la trasparenza ha ovviamente la sua importanza. Tra i pezzi che ne interpretano al meglio le potenzialità c’è la lampada Satellight di Eugeni Quitllet per Foscarini che deve la propria «materica presenza sospesa nel nulla», come è stata presentata, al vetro soffiato che avvolge come una campana un globo luminoso. Anche Bon Jour Versailles, erede della Bon Jour, nata dalla collaborazione di Philippe Starck e Baccarat per Flos, viene illuminata dall’interno grazie alla tecnologia Led Edge Lighting sviluppata dall’azienda bresciana. La sperimentazione con la plastica è uno dei tratti distintivi di Kartell che negli anni ha prodotto alcuni pezzi trasparenti diventati icone. A metterci lo zampino è stato ancora Philippe Starck, che ha disegnato la sedia La Marie nel 1999, realizzata in policarbonato in un unico stampo. Poi, con la stessa tecnica, la Louis Ghost nel 2002. Tra gli ultimi esperimenti sul tema ci sono Sir Gio e Blast, sempre di Starck: tavolo il primo, tavolini in due forme i secondi, hanno la gamba centrale stampata in tecnopolimero termoplastico che sostiene il piano di cristallo, in diverse combinazioni cromatiche. Interessante anche la ricerca della designer olandese Sabine Marcelis che nella serie di lampade Voie Light sovrappone cerchi di neon luminosi a forme in resina stampata, mettendone in risalto proprietà e colori. Per la Stone Edition Marcelis si è spinta fino a usare il marmo, invitata da Bloc Studios nel progetto Marble Matters, di cui fanno parte anche Posture Vases di Carl Kleiner: installazioni vegetali in cui il vaso non c’è e i fiori si appoggiano a un filo metallico su base di marmo. La struttura portante non c’è neanche nelle sculture in rete di Benedetta Mori Ubaldini per Magis: Fish e Masks. Da appendere e guardarci attraverso.

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