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Dossier La sostenibile bellezza di Paola Lenti

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Dossier | N. 40 articoliIl design al Salone e al Fuorisalone: la settimana d'oro di Milano

La sostenibile bellezza di Paola Lenti

Noi è il pronome preferito da Paola Lenti, che si parli dell’azienda che porta il suo nome, «che non potrebbe essere la stessa cosa senza mia sorella Anna» o del gruppo di designer con cui collabora. Oggi “noi” sono anche le aziende con cui affronta nuove sfide produttive e con cui presenta, nel grande spazio industriale di via Orobia, le collezioni indoor e outdoor.
Materiali tecnologici e artigianalità sono il segno distintivo di Paola Lenti. Una ricerca che quest’anno si avvale di tante collaborazioni nuove.
Tante nuove collaborazioni con aziende e persone che condividono il nostro punto di vista portando la ricerca all’estremo. Abbiamo lavorato sui pavimenti, sui mosaici, su tessuti che possono diventare pannelli e con tutti c’è stata una grande soddisfazione. In ogni collaborazione ho poi cercato di riportare il lavoro al tessile: il legno che sembra tessuto, il metallo che, tessuto, diventa più flessibile. Poi ci sono i mosaici, che amo moltissimo, per cui abbiamo ricreato, con occhio moderno, antichi disegni romani.

Quest’anno presentate un nuovo materiale, Diade. Continua la ricerca nel segno della sostenibilità?
Di Diade sono molto contenta. Abbiamo impiegato tre anni per trovare un materiale che fosse riciclabile, perché combinare materiali diversi insieme non è tanto difficile, però se metti insieme strutturalmente in maniera coesa materiali di natura diversa diventa poi difficile smaltirli. Diade è semplice da utilizzare, si pulisce facilmente, si può mettere vicino all’acqua, ma non ha perso il linguaggio Paola Lenti, perché, pur essendo facile, esprime una sua ricchezza.
Siete stati tra i primi a progettare arredi outdoor. Ora l’offerta di prodotti per l’esterno ha subito un’autentica impennata. Come vedete questa evoluzione?
Io ho cominciato all’inizio degli anni 2000 con Rope, che è stato il nostro primo prodotto, e da lì abbiamo aperto una strada. Ci siamo accostati a questo mercato non per questioni di business, ma perché mi piace stare in mezzo alla natura. All’epoca l’offerta era ridotta a qualche pezzo storico e a arredi basici di ferro o legno. Noi abbiamo avuto l’intuizione di portare all’esterno il tessile e di usare materiali riciclabili. Da lì abbiamo continuato a evolvere. Adesso, con la nuova ricerca che stiamo facendo, possiamo proseguire la nostra strada con una visione del futuro.

Quasi in controtendenza, in questi ultimi anni avete ampliato l’offerta per l’indoor.
Sono stati i clienti a chiederci mobili da interno. Ho capito che è importante comunicare un pensiero, una visione e ancora una volta siamo partiti dai tessuti. Per esempio i nostri sono flessibili, hanno un certo comfort, quando ti siedi non ti respingono, ma ti accolgono.

Qual è lo stato di salute del Made in Italy?
Secondo me c’è una grande energia nel made in Italy. Vedo tante persone che lavorano con me che hanno idee, voglia, coraggio di investire. Noi abbiamo fatto la scelta di far fare gli intrecci in Italia, non in paesi come le Filippine, così abbiamo fatto crescere delle realtà in centro Italia che intrecciano sulla scelta del cliente con i nostri filati. Anche per i tavoli di marmo abbiamo puntato sui marmi delle chiese romane, i cipollini, le brecce.

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