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La ripresa non passa (solo) dai tassi Fed

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Questo articolo è stato pubblicato il 05 giugno 2010 alle ore 09:00.
L'ultima modifica è del 01 luglio 2010 alle ore 23:44.

Valutando il clima economico attuale, alcuni osservatori negli Stati Uniti sono dell'idea che per la ripresa servirebbe un'azione più decisa da parte della Federal Reserve.
Se solo fosse così semplice. Sarei ben felice se i funzionari della Fed s'impegnassero di più per dare una mano a combattere i problemi dell'economia, ma metterli sotto pressione solo perché spingano fuori il denaro strizzando i tassi d'interesse non è l'approccio giusto. Anche se lo facessero, non funzionerebbe.


Perché? Perché se si vuole che una simile strategia possa avere qualche chance di successo, la Fed dovrebbe comprare una quantità stratosferica di asset a lungo termine (stiamo parlando di svariate migliaia di miliardi di dollari) o impegnare in modo credibile il proprio braccio esecutivo su un obiettivo d'inflazione più alto. E con la famigerata (anche se non sempre) volubilità in materia del consiglio dei governatori della Fed, un simile scenario appare quantomeno inverosimile.


Per comprendere il pericolo con cui devono fare i conti gli Stati Uniti, può essere utile studiare il "decennio perduto" del Giappone, cioè la stagnazione economica sperimentata dal paese asiatico durante gli anni 90, quando la crescita si bloccò. (Forse Ben Bernanke, il presidente della Fed, se n'è già reso conto: a maggio si è recato a Tokyo per partecipare a una conferenza sul futuro delle banche centrali).


Adam Posen, membro del comitato esecutivo della Banca d'Inghilterra (e secondo il mio parere uno dei maggiori esperti di Giappone) ha tracciato un legame fra i problemi dei due paesi in occasione di un recente discorso alla London School of Economics, spiegando che gli effetti delle politiche d'espansione quantitativa adottate dalla Banca del Giappone per contrastare la stagnazione dell'economia hanno prodotto «apparentemente un effetto nominale limitato», e aggiungendo: «L'altro insegnamento per me, in quanto banchiere centrale, è che dobbiamo mostrarci molto più umili riguardo a quello che siamo in grado di fare attraverso la politica monetaria, specialmente con misure anticonvenzionali». La politica giapponese, che includeva un'espansione della base monetaria attuata nella speranza di trainare l'economia, era diversa da quello che oggi chiamiamo espansione quantitativa (acquisti massicci di attività non tradizionali).

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Tags Correlati: Adam Posen | Andamento dei tassi | Banca d'Inghilterra | Banca del Giappone | Ben Bernanke | Comitato Esecutivo | Fabio Galimberti | Fed | Stati Uniti d'America

 


Questa storia serve a ricordare che non è semplice fare una politica monetaria efficace nel contesto di una trappola di liquidità, quando le Banche centrali hanno tagliato i tassi d'interesse fino a livelli prossimi allo zero e non possono ridurli ulteriormente. I governi farebbero meglio a fare affidamento sulle politiche di bilancio per contrastare la crisi economica, perché queste ultime non presentano lo stesso tipo di problemi che presentano le politiche monetarie. Un forte incremento degli acquisti pubblici di beni e servizi è più - non meno - efficace se i cittadini sono convinti che queste iniziative siano soltanto temporanee.
Molti sperano che gli sforzi attuali favoriscano una ripresa, ma sarebbe folle ignorare i paralleli fra la situazione degli Stati Uniti e quella del Giappone. Come ha sottolineato Posen, «forse le nostre economie, in Europa e negli Stati Uniti, non si "giapponesizzeranno" mai, ma alcuni rischi e problemi che abbiamo oggi sono gli stessi che aveva il Giappone nel 1995 circa».
(Traduzione di Fabio Galimberti)
© 2010 NYT - DISTRIBUITO DA NYT SYNDICATE

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