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Altro che debiti sovrani: la crisi si chiama euro

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Questo articolo è stato pubblicato il 12 giugno 2010 alle ore 11:10.
L'ultima modifica è del 12 giugno 2010 alle ore 08:04.

La prima volta che i funzionari dell'Unione Europea avanzarono l'ipotesi di adottare una moneta comune, tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli anni 80, si discusse molto se l'Europa potesse essere un'area ideale per un'unione valutaria. Il dubbio principale era se le nazioni europee fossero dotate di un sistema adeguato per fronteggiare shock asimmetrici, che avrebbero inciso più su alcuni paesi che su altri; secondo la celebre tesi di Milton Friedman, avere una moneta propria consente a un paese di affrontare almeno in parte queste crisi ricorrendo alla svalutazione. Quando un paese è legato ad altri da un'unione monetaria, questa possibilità manca (l'euro è diventato la moneta ufficiale dell'Unione Europea nel 2002).

L'attuale crisi europea ruota proprio attorno a questo problema. Il motivo per cui risulta tanto difficile intervenire per risolvere i problemi di deficit e di debito pubblico della Grecia è che a speranza di una crescita economica negli anni a venire è molto labile, e questa è una situazione che ha radici profonde. In Grecia, i salari e i prezzi non sono allineati, e l'unica cura possibile è una lunga e dolorosa deflazione, che contribuisca a correggerli. I problemi della Spagna, invece, derivano dal fatto che la bolla immobiliare ha lasciato costi troppo alti. Ma anche la Spagna dovrà sopportare anni di dolorosa deflazione per ridurre tali costi.
Quanto sarà difficile raggiungere questi risultati? Prendiamo in esame la Lettonia, che gli addetti ai lavori citano spesso come esempio da seguire per la Grecia. La Lettonia si è imposta misure ultradraconiane per ancorare la sua moneta all'euro, procedendo a una brutale svalutazione interna solo per vedere il proprio tasso di disoccupazione schizzare dal 6% nel primo trimestre 2008 a uno spropositato 20,4% nel primo trimestre 2010. Gli stipendi sono in caduta libera, ma il costo del lavoro non è sceso di pari passo e dunque bisognerà tagliare ancora la spesa pubblica per ripristinare la competitività dell'economia lettone.
In Estonia, un altro studente modello per disciplina di bilancio che spera di entrare nell'euro, il tasso di disoccupazione è arrivato al 19,8 per cento. Sul piano del prodotto interno lordo, sia l'Estonia che la Lettonia hanno registrato un calo più accentuato di quello dell'Islanda, dove il Pil nel 2009 è sceso del 6,5 per cento.

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La risposta ufficiale dell'Unione Europea a questo problema è che gli Stati membri devono incrementare la flessibilità del mercato del lavoro. Ma gli economisti hanno valutato questa soluzione e sono giunti alla conclusione che nessun mercato del lavoro può essere flessibile fino a questo punto. Se l'euro non funziona senza un livello di flessibilità talmente elevato da essere irrealizzabile, allora semplicemente non funziona.
È deludente che la maggior parte dei dibattiti su come gestire la crisi dell'euro non affrontino questi problemi. Provo a dare una spiegazione psicanalitica alla buona: quando la gente si autoconvince che le crisi di debito pubblico sono legate, sempre e comunque, a una gestione allegra delle finanze pubbliche, il problema appare risolvibile: tutto quello che serve è più disciplina. Perché se questi commentatori e analisti si mettessero ad analizzare i problemi di fondo, comincerebbero a domandarsi se l'idea di imporre una moneta unica ha mai avuto un senso. (Traduzione di Fabio Galimberti)
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