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Commenti e Inchieste

Uno stimolo piccolo per una piccola crescita

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Questo articolo è stato pubblicato il 17 luglio 2010 alle ore 08:04.


L'amministrazione Obama si trova a uno snodo difficile: è evidente ormai che il pacchetto di stimoli economici da 787 miliardi di dollari messo in campo lo scorso anno non era sufficientemente consistente, ma ormai è praticamente impossibile sperare di ottenere il via libera ad altri stanziamenti di fondi dal Congresso.
L'amministrazione ha scelto di affrontare il problema con un colpo al cerchio e uno alla botte, da un lato condannando i repubblicani (giustamente) per il loro ostruzionismo, ma al tempo stesso sostenendo (falsamente) che gli Stati Uniti continuano a marciare sulla via della ripresa.
Come abbiamo fatto a ritrovarci in questa situazione? Non sapremo mai se il governo sarebbe riuscito a far passare in Parlamento un pacchetto di misure di stimolo più consistente. Ma sappiamo che non ci ha provato.
Non dispongo di nessuna informazione riservata su che cosa sia successo effettivamente. Ma basandomi sulle notizie riportate dai mezzi d'informazione, sembra che poco dopo lo scoppio della crisi, nel settembre del 2008, gli alti consulenti per la politica economica del presidente si siano convinti che anche in assenza di misure di stimolo la recessione sarebbe stata violenta e brutale, ma non di lunga durata. Gli interventi pubblici servivano essenzialmente - decisero - per sanare le situazioni peggiori in attesa che l'economia ripartisse spontaneamente.
Ryan Lizza ha scritto l'ottobre scorso sul New Yorker che Lawrence Summers, il direttore del Consiglio economico nazionale, nel dicembre 2008, in un promemoria per il presidente eletto Barack Obama, presentò le misure di stimolo semplicemente come «una polizza assicurativa contro l'eventualità di un fallimento catastrofico». Inoltre, era praticamente impossibile procurarsi gli oltre mille miliardi di dollari che secondo alcuni economisti erano necessari. Non so perché Summers e altri nutrissero questa convinzione. Anche prima che la crisi finanziaria si manifestasse in tutta la sua gravità, i dati delle recessioni passate suggerivano che la situazione dell'occupazione avrebbe continuato a peggiorare ancora a lungo una volta terminata tecnicamente la fase recessiva. Ed era già ovvio a quell'epoca che questa era una recessione enorme, che stando all'esperienza delle crisi precedenti sarebbe stata seguita da anni e anni di disoccupazione elevata.

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Tags Correlati: &Krugman&Co | Barack Obama | Elezioni | Fabio Galimberti | Lawrence Summers | Paul Krugman | Ryan Lizza

 

All'inizio del 2009 questi timori mi suscitavano grande agitazione: la mia principale paura era che il pacchetto di stimoli, non essendo di proporzioni adeguate, non sarebbe riuscito verosimilmente a ridurre la disoccupazione, e che questo avrebbe portato a un rigetto verso il concetto generale di stimoli all'economia; ed è esattamente quello che è successo. Inoltre, la ragione per cui ero favorevole a una nazionalizzazione temporanea delle banche era che questo avrebbe messo la Federal Reserve nelle condizioni di ricapitalizzare in tempi rapidi gli istituti consentendo loro di riaprire i rubinetti del credito, cosa che avrebbe contribuito a compensare l'inadeguatezza delle misure di stimolo. Quello che è avvenuto, invece, naturalmente è stato che le banche si sono ricapitalizzate gradualmente attraverso i profitti, senza riaprire più di tanto i rubinetti del credito.
Ed eccoci qua. Da un punto di vista strettamente economico, la situazione può ancora essere risolta con un secondo grosso pacchetto di misure di stimolo, abbinato a una politica molto più aggressiva da parte della Federal Reserve.
Ma politicamente siamo bloccati: anche se i democratici riusciranno a mantenere il controllo della Camera dei rappresentanti alle elezioni di novembre non avranno i voti per realizzare niente di significativo. Siamo solo a luglio e già vedo nuvole che si addensano.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
© 2010 NYT DISTRIBUITO DA NYT SYNDICATE
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