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Quando i modelli teorici falliscono è il momento dell'eterodossia

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Questo articolo è stato pubblicato il 20 luglio 2010 alle ore 19:09.

Nel suo intervento sul Sole 24 Ore del 18 luglio Antonio Guarino invita gli economisti critici a lasciar da parte l'ideologia e ad occuparsi di economia. Che i colleghi esponenti del mainstream accettino questo terreno è una novità positiva. Finora, infatti, mentre vi è stato un dibattito interno al mainstream tra posizioni che condividono gli stessi fondamenti teorici, l'atteggiamento verso chi mette in discussione tali fondamenti è stato quello di evitare ogni confronto e di denigrare gli "avversari" con accuse alquanto ingenue, come quella ad esempio di non essere molto "di moda".

Più interessante ci pare l'invito di Roberto Perotti (18 luglio) a confrontarsi con i risultati delle ricerche empiriche. A differenza di quel che ritiene Perotti - che forse poco frequenta la letteratura critica - gli economisti che non appartengono al mainstream fanno anche ricerca applicata, talvolta con metodologie diverse e che meglio si adattano al loro approccio teorico, ma che spesso riescono a cogliere particolarmente bene i fenomeni oggetto di studio. Mi limito qui a richiamare, ad esempio, la ricerca macroeconomica del Levi's Institute che ha analizzato e previsto assai meglio di numerosi centri di ricerca mainstream la crisi economica e gli squilibri che l'hanno preceduta e determinata. Ricordo poi anche il contributo di economisti italiani che analizzavano i rischi della espansione del credito negli Stati Uniti, già prima che esplodesse la crisi (Barba e Pivetti, 2008).

È anche opportuno notare che la ricerca applicata da parte degli stessi economisti mainstream ha frequentemente portato a riconoscere, sia pure con riluttanza, che i modelli teorici proposti non andavano d'accordo con i fatti. Basti ricordare che per lungo tempo gli economisti mainstream di ogni orientamento hanno caldeggiato riforme strutturali del mercato del lavoro volte a realizzare una maggiore flessibilità del lavoro e dei salari, al fine di ridurre la disoccupazione. I modelli teorici che portavano a sostenere queste politiche sono stati testati empiricamente (in genere dopo che le riforme, con elevati costi sociali, erano già state realizzate).

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, con riluttanza, che l'evidenza empirica prodotta dagli stessi economisti e centri di ricerca mainstream non confermava le conclusioni di quei modelli circa il rapporto tra flessibilità e disoccupazione: questo è stato riconosciuto ad esempio dall'Ocse (2004) e da Blanchard (2006), tra gli altri, sebbene ancora oggi si faccia fatica ad ammetterlo apertamente e soprattutto a trarne le opportune conseguenze di politica economica. Tanta riluttanza non è necessariamente frutto di ideologia, ma può essere spiegata dal fatto che quei risultati fanno a pugni con premesse teoriche fondamentali e largamente condivise dagli economisti mainstream.

Viceversa, queste evidenze sono perfettamente coerenti con il modo di spiegare i livelli di occupazione da parte degli economisti "eterodossi". Questi ultimi hanno anche loro svolto ricerche applicate, pubblicate in sedi internazionali, che mettevano in luce i limiti della politiche di flessibilità (ad esempio Baker, Glyn, Howell, Schmitt, 2005; Michie and Sheehan, 2003; Alexiou e Tsaliki. 2009). Si tratta però di pubblicazioni che, secondo i criteri che una parte dell'accademia italiana vorrebbe affermare, potrebbero non contare molto ai fini della valutazione della ricerca e della selezione delle giovani leve di economisti. Anche di questo è forse giunto il tempo di discutere.

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