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Questo articolo è stato pubblicato il 04 ottobre 2010 alle ore 09:44.
Che la giustizia italiana sia un grosso lumacone lo sapevamo già. Però la fotografia scattata dal ministero di via Arenula, che il Sole 24 Ore offre in anteprima, ci aiuta a entrare meglio in confidenza con la bestia. Perché i dati sono progressivi, nel senso che registrano l'andamento dei processi durante il biennio 2006-2008. Perché sono altresì parcellizzati, enumerando le singole materie sulle quali verte il contenzioso. Perché misurano la durata effettiva, anziché quella presunta, dei giudizi definiti con sentenza. E perché infine si riferiscono alle cause civili, che più direttamente toccano la generalità degli italiani.
Da questi dati emerge innanzitutto una pessima notizia: salvo i procedimenti decisi in tribunale, in tutti gli altri casi il tempo del giudizio si dilata, cresce di anno in anno. Del 13,4% in corte d'appello, del 15,1% dinanzi ai giudici di pace, mentre in Cassazione la stima s'attesta al 3,7%, 41 giorni in più. Insomma la lentezza dei processi si autoalimenta, come una valanga rotolando a valle. Tempi più lunghi, arretrato più cospicuo, e l'arretrato genera ulteriori allungamenti temporali. Un po' come succede riguardo all'inflazione normativa, di cui d'altronde è figlio il lumacone.
Tu cerchi una legge per risolvere il problema di giornata, come cercheresti una cravatta in un armadio stipato alla rinfusa; ma ovviamente non la trovi, e allora corri ad acquistarne un'altra, facendo crescere il disordine anziché diminuirlo.
In secondo luogo, piove sul bagnato. E a bagnarsi fino al midollo sono i più deboli, chi non ha un ombrello per ripararsi il capo. I distretti giudiziari più virtuosi stanno tutti al nord, l'inefficienza ha le sue capitali al sud. Dai 2 anni che impiega il tribunale di Torino ai 4 anni che ci mette quello di Messina c'è una misura doppia, così come è doppio il reddito dei torinesi rispetto ai messinesi. Significa che la questione meridionale si rispecchia nella questione giudiziaria. Ma significa altresì che la promessa d'eguaglianza custodita nella Costituzione è diventata carta straccia. Come la promessa dei diritti, dal momento che se un diritto esiste, dev'essere azionabile in giudizio; altrimenti è una chiacchiera, un imbroglio. D'altra parte anche la ragionevole durata del processo – sancita da un emendamento costituzionale nel 1999 – è un'illusione ottica, giacché dal 2000 in poi i tempi processuali sono lievitati ulteriormente. Una tripla ferita alla legalità costituzionale, anzi alla legalità tout court: come potremmo prendere sul serio il codice stradale, quando la legge più alta è una favola cui non credono più neanche i bambini?






