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Ma la via di un governo per la riforma elettorale è tutta in salita

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Questo articolo è stato pubblicato il 15 ottobre 2010 alle ore 08:33.

Poche cose sono più astruse dell'eterna discussione intorno alla legge elettorale. E pochi temi sono altrettanto carichi di equivoci e di retropensieri. Man mano che i nodi cruciali della legislatura arrivano al pettine, questi equivoci crescono. Forse solo i radicali di Pannella ed Emma Bonino hanno posto con chiarezza la questione di un modello semplice nella sua struttura e rispettoso della volontà dei cittadini.


Il grosso dell'opposizione invece auspica la riforma della legge elettorale, ma intende quasi sempre riferirsi a un nuovo governo che, non potendo nascere da un patto politico e programmatico, si farebbe scudo della riforma per darsi un'impronta «tecnica». Tutti sanno che si tratta di uno scenario irrealistico e che il Capo dello Stato non favorirebbe mai una manovra ambigua. Tuttavia si continua a parlarne. Nella speranza che prima o poi il gruppo di «Futuro e Libertà», determinante a Montecitorio, si decida a provocare la caduta di Berlusconi.
Ma è evidente che questa prospettiva, allo stato delle cose, è aleatoria. Forse prenderà forma più avanti, ma solo quando gli amici del presidente della Camera saranno sicuri di ottenere proprio quella nuova legge elettorale di cui essi hanno assoluto bisogno per rendere credibile la prospettiva dell'«altra destra» prima delle elezioni. Una sicurezza che al momento davvero non c'è. Per cui si resta nel circolo vizioso.
Lo screzio istituzionale tra Fini e il suo collega del Senato, Schifani, suona conferma dell'intreccio. A Palazzo Madama, dove il centrodestra ha ancora una chiara maggioranza senza bisogno dei voti dei finiani, il dibattito sulla riforma elettorale rischia di esaurirsi in un nulla di fatto. Quindi Fini avrebbe voluto trasferirlo a Montecitorio, dove gli equilibri sono diversi. Avendo ricevuto un rifiuto («formalmente ineccepibile») da Schifani, ha accusato il Senato di volontà insabbiatrice. Il che costituisce una novità senza precedenti.


Ora le ipotesi sono due. La prima: nonostante il pessimismo di Fini e l'ironia di Casini, Palazzo Madama affronta il tema della riforma e magari vota la proposta del Pdl che introduce anche al Senato il meccanismo del premio di maggioranza valido alla Camera. Sarebbe una sfida all'opposizione e avrebbe l'effetto di coalizzare nell'altro ramo del Parlamento tutti gli scontenti e i dissidenti, dalla sinistra ai finiani. Di fatto un autogol.

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Tags Correlati: Camera dei deputati | Di Pietro | Emma Bonino | Gianfranco Fini | Governo | Montecitorio | Palazzo Madama | Pd | PDL | Senato | Udc

 

Seconda ipotesi: Palazzo Madama in effetti dimentica in un cassetto la riforma. Questo renderebbe impossibile cambiare la legge elettorale con il «blitz» di un'eventuale maggioranza trasversale riunita allo scopo. Si tornerebbe al punto di partenza: per avere un nuovo modello per votare, sarebbe necessario un diverso governo e un'inedita maggioranza. Ma, come si è detto, il progetto di un esecutivo dedicato solo alla riforma elettorale è mera utopia.


Anche perché non esiste un punto d'incontro fra le diverse soluzioni sul tavolo. Il Partito Democratico, ad esempio, è privo di una proposta ufficiale. E non è strano: la scelta del modello elettorale dipende da quale politica delle alleanze si vuole seguire. E il Pd non ha ancora deciso se privilegiare un'intesa al centro (Udc) o a sinistra (Vendola, Di Pietro, ecc.). Affermare che si vuole «un'alleanza la più ampia possibile» è una risposta politica, ma non aiuta a definire i criteri della legge che si vorrebbe. Per cui ognuno è autorizzato a inseguire il proprio tornaconto. Senza molto costrutto.

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