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Pensioni decenti e assistenza sanitaria per tutti valgono bene l'Iva (anche se un po' regressiva)

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Questo articolo è stato pubblicato il 26 novembre 2010 alle ore 17:24.

Non c'è bisogno di fare la parodia della politica americana, ci pensano già da soli i politici stessi. Prendiamo il repubblicano Eric Cantor, parlamentare della Virginia e probabile futuro capogruppo della maggioranza nella nuova Camera dei rappresentanti che si insedierà a gennaio, che ha respinto l'idea di introdurre in America un'imposta sul valore aggiunto semplicemente perché suona troppo europea.

«Non credo che nessuno di noi voglia andare nella direzione dei vari Stati sociali esistenti in giro per il mondo», ha detto Cantor il 16 novembre al Ceo Council, il meeting annuale di importanti esponenti del mondo politico e dell'industria organizzato dal Wall Street Journal.
Ma Cantor pensa davvero che gli europei se la passino così male?

Negli Stati Uniti si è già alzato un fuoco di sbarramento contro una nuova proposta per risolvere il problema del deficit elaborata da un gruppo bipartisan guidato dall'ex senatore repubblicano Pete Domenici e dall'esperta di finanze pubbliche Alice Rivlin, del Partito democratico. Il piano propone l'introduzione di una cospicua imposta sul valore aggiunto (che si differenzia da un'imposta sui consumi perché viene riscossa nelle varie fasi che intercorrono tra la produzione di una merce e il suo arrivo sul mercato). Ha ragione chi dice che le tasse sui consumi sono tasse regressive, cioè che pesano più sui redditi bassi che sui redditi alti. Non c'è il tempo di approfondire l'argomento, ma a mio parere questa non è una ragione per scartare l'idea. Perché? Perché molti Paesi europei applicano questa sorta di tassa uniforme sui beni e sui servizi, e sappiamo che molti Paesi dotati di un forte Stato sociale, come la Svezia e la Finlandia, fanno affidamento su questo tipo di imposte per garantire introiti allo Stato.

I dati per il 2009 del Luxemburg Income Study sembrano indicare che i Paesi con uno Stato sociale più forte hanno sistemi fiscali meno progressivi di quelli dove il welfare è più carente (come gli Stati Uniti). La tassazione progressiva è quella che impone aliquote più alte ai più ricchi (com'è il caso dell'imposta sul reddito in America). E numerosi studi suggeriscono che le due cose sono collegate: negli Stati Uniti, non essendoci un'imposta nazionale sui consumi, il dibattito politico si concentra sulle aliquote, che in definitiva servono a poco per ridurre la disuguaglianza. In Europa invece, dove ci sono tasse generalizzate, il dibattito politico si concentra su chi aiutare, e questo conta molto di più, specialmente per i meno fortunati.

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Tags Correlati: Alice Rivlin | Eric Cantor | Europa | Fabio Galimberti | Pete Domenici | Previdenza | Stati Uniti d'America |

 

C'è anche chi sostiene che la peculiare debolezza del nostro welfare non rispecchia tanto le divisioni culturali e razziali all'interno degli Stati Uniti, quanto il fatto che non abbiamo un'imposta nazionale sui consumi. Tutto questo mi porta a concludere che se si può scambiare un'Iva un po' regressiva con la garanzia di una pensione decente e un'assistenza sanitaria per tutti, è il caso di farlo.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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