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Il disagio dei figli non è solo colpa dei padri. Ecco le tre verità scomode

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Questo articolo è stato pubblicato il 28 gennaio 2011 alle ore 08:47.

Il malessere dei giovani in Italia è un sintomo grave di un paese che non cresce da due decenni e in cui tutto sembra fermo. Ma per parlarne in modo costruttivo bisogna avere il coraggio di partire da verità scomode e far piazza pulita della facile retorica. Cominciamo dunque da tre verità scomode.

Prima verità scomoda: il problema del precariato dei figli è l'altra faccia della medaglia del posto fisso dei padri. Il sistema occupazionale e di welfare in Italia si basa sul reddito sicuro di un membro della famiglia (il padre) e qualche volta della madre. Questo reddito da posto fisso prima, e pensione poi, genera l'assicurazione sociale per i figli, nel periodo in cui come precari attendono di entrare nel mondo del lavoro.

Il precariato è una specie di balzello che il sistema impone per poter accedere al posto fisso, dato che il posto fisso immediato per tutti era troppo costoso per il sistema stesso. I trasferimenti all'interno della famiglia provvedono a far funzionare questo meccanismo di attesa che permette alle imprese e al settore pubblico di usare lavoro pagato poco per poter poi provvedere ai posti fissi, appunto costosi data la loro rigidità.

Tra l'altro, un precario può aspettare il posto fisso sempre che viva in famiglia, e non si sposti magari dove un lavoro migliore lo troverebbe. Le imprese e lo stato possono quindi contare su un esercito di precari in attesa del posto fisso e mantenuti da chi il posto fisso l'ha. Ecco che il cerchio si chiude.

Seconda verità scomoda: non tutti i giovani, e soprattutto quelli dei ceti medio alti, sono un modello di industriosità. Prima della riforma del «tre più due» all'università l'età media di laurea (quella unica, dei vecchi tempi appunto) era di 27,8 anni. E i fuori corso non erano solo (o soprattutto) gli studenti che lavoravano. Erano studenti di famiglie benestanti. Infatti l'università la pagano in larga parte i contribuenti, quindi agli utenti costa ben poco. Ritardare la laurea prolunga un periodo di vita assai piacevole, ed è a costo pressoché zero per l'utente.

Uno studio fatto su studenti dell'Università Bocconi dimostra che il rendimento degli studenti migliora, e di molto, quando aumentano le tasse universitarie pagate direttamente dalla famiglia dello studente stesso. Invece, quando le rette universitarie vengono pagate dal contribuente, gli incentivi degli studenti si annacquano assai.

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Gli studenti americani, anche quelli relativamente privilegiati della mia università, d'estate lavorano quasi tutti, anche facendo lavori umili per contribuire a finanziarsi il college. Quanti giovani sarebbero d'accordo ad aver tasse universitarie che coprano i costi con borse di studio per i più bravi meno abbienti e magari a lavorare parte dell'estate?

Terza verità scomoda: la meritocrazia non significa solo premiare i migliori. Significa anche punire (in senso economico, ovviamente) i peggiori. Meritocrazia significa che un assistente universitario che non produce ricerca o insegna male va licenziato, non tenuto a vita. Significa che l'assenteismo va punito, significa che un trentenne produttivo debba essere pagato di più di un cinquantenne che non produce nulla, in tutti i campi, dall'università all'impresa al settore pubblico. La fuga dei cervelli dipende proprio da questo. Si dice che in Italia si fa carriera soprattutto con l'età e che questo danneggia i giovani. Vero. Ma questo significa che senza scatti automatici di anzianità per qualche giovane la carriera non progredirà. Questa parte dell'equazione spesso si dimentica. Se non si esce dalla retorica secondo cui tutti i giovani indistintamente sono vittime, e che posto fisso, università sotto casa gratuita per tutti gli studenti, meritocrazia sì, ma senza che nessuno ci rimetta siano diritti acquisti, allora non si farà molta strada per migliorare la vita dei giovani italiani.

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