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Questo articolo è stato pubblicato il 01 aprile 2011 alle ore 09:22.
L'ultima modifica è del 01 aprile 2011 alle ore 09:24.

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Le banche italiane navigano oggi senza colpe tra la roccia di Scilla, rappresentata dalla scelta europea sbagliata degli stress test pubblici, e quella di Cariddi, costituita da mercati che puniscono le banche – come le nostre – che non possono far ricorso alla finanza facile. Il combinato effetto della miopia delle autorità e dei mercati rischia di produrre danni a un'industria bancaria sostanzialmente sana e stabile.
È allora necessario che almeno i mercati allunghino il loro orizzonte di valutazione delle nostre banche. Uno strumento efficace potrebbe essere l'annuncio, da parte del Governo, che lo Stato non lascerà che movimenti speculativi di breve periodo possano minacciare la stabilità di banche solvibili, dichiarandosi pronto a intervenire attraverso la sottoscrizione di obbligazioni – come ha già fatto – o di azioni. Da questo punto di vista, l'ipotesi di un fondo strategico dello Stato italiano, disegnato con garanzia d'indipendenza e accountability, potrebbe essere uno strumento efficace.

In questi giorni stiamo assistendo a un fenomeno per certi versi paradossale, che purtroppo rischia di accentuarsi nei mesi a venire. Le banche italiane – come tutte le banche dei Paesi industrializzati – dovranno nei prossimi anni aumentare la loro dotazione di capitale di rischio. È questa la risposta più efficace che i politici e le autorità di controllo riunite nei vari organismi internazionali "G e qualcosa" hanno saputo dare alle vicende legate alla crisi finanziaria del 2007-2009. In realtà, già da ora sappiamo che è una risposta parziale e incompleta, ma accontentiamoci.
Il problema è che nella corsa a ricapitalizzarsi le banche italiane devono correre con una gamba sola, per più di una ragione. È a tutti evidente che le nostre banche, cambiato il contesto internazionale sia economico che finanziario, sono imprese buone per il mezzofondo: facendo credito, e non finanza, sono in grado di produrre utili ragionevoli in orizzonti di medio–lungo periodo.

Dal lato dei ricavi, quindi, non possono – e aggiungiamo non devono – essere in competizione con quelli intermediari – soprattutto ma non solo anglossassoni – che continuando a sfruttare la non regolamentazione dei mercati finanziari e gli arbitraggi contabili hanno ripreso a fare utili importanti, con effetti tutti da scoprire in termini di rischiosità, sia aziendale che sistemica. Dal lato dei costi, le deficienze strutturali del nostro mercato del lavoro, delle infrastrutture pubbliche – a partire dalla giustizia – e della fiscalità sono zavorre sistemiche non trascurabili, anch'esse affrontabili in un orizzonte non immediato.
Le banche mezzofondiste sono però costrette a correre una gara breve, per il combinato effetto di un'infelice scelta regolamentare e la naturale miopia dei mercati. La scelta regolamentare è stata quella adottata in sede europea di scimmiottare l'esperienza americana di utilizzare stress test pubblici sulle banche. Lo ripetiamo: ben vengano gli stress test, anche feroci, e su tutte le banche, e non su un campione il cui perimetro è e sarà sempre discrezionale e quindi discutibile. Ma gli stress test devono rimanere un patrimonio informativo delle autorità di controllo, che hanno la responsabilità di prevenire ex ante l'insorgere di situazione di rischio sistemico, non di certificare l'esistenza di parametri – come i coefficienti – la cui robustezza ex post già sappiamo da recente esperienza essere sottile, se la crisi poi si manifesta davvero.

Invece gli stress test sono pubblici, e anche ravvicinati. Così la regolamentazione asseconda un difetto endemico dei mercati finanziari: la vista corta. Se banche mezzofondiste sono costrette ai 100 metri, cosa faranno gli spettatori votanti, cioè i mercati? Ovvio, le puniranno.
E possibile rimediare alle miopie? Occorre garantire la presenza di una prospettiva di medio-lungo periodo, che non si sostituisca certo ai mercati, ma che dia ad essi maggiori elementi d'informazione. Se il nostro sistema bancario è stabile, e può essere oggetto di speculazioni di breve periodo, occorre un segnale istituzionale, pubblico. È già avvenuto nel 2008-2009, quando bastò il credibile annunzio del Governo che si sarebbe impegnato a evitare che banche sane si trovassero esposte a crisi di liquidità, ovvero d'insolvenza, per rasserenare gli orizzonti.
L'impegno credibile dello Stato di essere "prestatore di ultima istanza di fiducia" può essere istituzionalizzato. L'istituzionalizzazione è una strada che va esplorata, soprattutto in un Paese che, essendo parte di un'Unione economica e monetaria, non ha più una banca centrale nazionale, che tipicamente e tradizionalmente ha finito per svolgere tale funzione. L'ipotesi emersa in questi giorni di un fondo strategico nazionale potrebbe essere una buona occasione per utilizzare gli strumenti che l'analisi economica ha sviluppato in questi anni per capire come disegnare uno strumento utile a evitare le miopie, comprese quelle che colpiscono le banche.

TAG: Sanità

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