Storia dell'articolo

Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 02 aprile 2011 alle ore 10:05.
L'ultima modifica è del 02 aprile 2011 alle ore 08:14.

My24

Una domanda che ogni tanto mi fanno i lettori è: che cosa ci vorrebbe per farti cambiare idea sul funzionamento dell'economia? E un'altra domanda collegata a questa è se ho mai rivisto drasticamente le mie teorie di fronte a un evento reale.
Partiamo dalla seconda domanda. Sì, è successo negli anni 90, quando ho cambiato radicalmente opinione di fronte a quello che succedeva in Asia.

Fino ad allora avevo più o meno accettato l'elegante, e concettualmente semplice struttura descritta recentemente dal chief economist del Fondo monetario internazionale Olivier Blanchard sul sito dell'organizzazione. In sostanza, pensavo che la politica monetaria convenzionale fosse sufficiente a stabilizzare l'economia.
Un approccio ortodosso che la crisi asiatica mi costrinse a riesaminare, dimostrandomi che un'economia di mercato può subire shock finanziari di enormi proporzioni, che non si può sperare di compensare con la politica monetaria.
In particolare mi resi conto che i controlli di capitale possono giocare un ruolo importante per gestire l'effetto delle crisi valutarie in Paesi con un debito ingente in valuta estera.
E la trappola della liquidità in cui è invischiato il Giappone dimostra che la politica monetaria può perdere efficacia anche in assenza delle condizioni di cui sopra.

Potremmo dire che la crisi asiatica mi ha reso più keynesiano, perché ha dimostrato che problemi analoghi a quelli degli anni 30 possono accadere anche nel mondo moderno, e che Alan Greenspan o Ben Bernanke, il suo successore alla guida della Federal Reserve, non possono risolvere tutto.
Pertanto, ho affrontato la crisi del 2008 con uno schema mentale basato sulla mia interpretazione di quello che successe in Asia negli anni 90, uno schema che finora si è rivelato piuttosto attendibile. Inversamente, tantissimi altri economisti che non avevano fatto tesoro degli eventi degli anni 90 si sono fatti cogliere impreparati.
Che cosa ci vorrebbe per indurmi a una nuova, radicale revisione delle mie teorie? Un forte incremento dell'inflazione determinato da cause interne, in particolare da un incremento dei salari.

C'è stato un rialzo dei dati sull'inflazione primaria abbastanza sorprendente, ma per il momento non è neanche lontanamente tale da spingermi a rivedere le mie teorie.
Il punto è che sì, sono pronto a cambiare idea se i fatti lo giustificano.
E voi?
(Traduzione di Fabio Galimberti)
©2011 NYT DISTRIBUITO DA NYT SYNDICATE

Shopping24

Dai nostri archivi