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Questo articolo è stato pubblicato il 16 maggio 2011 alle ore 09:05.
L'ultima modifica è del 16 maggio 2011 alle ore 06:38.

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Un concorso con un premio da 100mila euro per la scuola migliore. Sia chiaro, non denaro per ristrutturare la palestra o comprare computer e lavagne interattive, ma soldi destinati a entrare nelle buste paga degli insegnanti. Trentamila euro praticamente subito, in base ai risultati ottenuti dagli alunni alle prove Invalsi, quelle appena concluse seppure tra boicottaggi e polemiche.

Gli altri 70mila tra tre anni, alla fine di un percorso di osservazione direttamente nelle scuole - effettuato da ispettori esterni - e di confronto tra i test 2011 e quelli 2013 per calcolare l'inafferrabile delta, cioè per valutare non il merito(o il demerito) dell'alunno ma lo sforzo, la caparbietà, l'impegno e le capacità dell'insegnante, anzi della squadra degli insegnanti, che pur avendo magari studenti difficili, stranieri o con difficoltà, avranno ottenuto i migliori risultati.
Insomma, una strategia per superare le obiezioni di molti sul vulnus intrinseco nell'agganciare un sistema di premi agli insegnanti ai risultati nei test: l'impossibilità a misurare il valore aggiunto, cioè il progresso registrato dagli studenti. E, per fare in modo che sia poi il gruppo stesso a ridistribuirsi meriti o demeriti al proprio interno e a gestire il premio. Eppure, molte scuole hanno giudicato la proposta irricevibile e la sperimentazione del Progetto Valutazione Qualità Scuole, partita ufficialmente con le prove Invalsi, avanza a fatica.

Andrea Gavosto, è il direttore della Fondazione Agnelli di Torino, cui il ministero dell'Istruzione ha affidato il compito di seguire la sperimentazione negli istituti scolastici e a descriverne gli effetti. E racconta come nelle scuole, il no sia stato pregiudiziale. «Qualche mese fa eravamo con la direzione del ministero a Pisa all'assemblea dei docenti a spiegare il meccanismo - rievoca Gavosto – e abbiamo scoperto che i collegi avevano già votato contro. Purtroppo nel mondo della scuola è venuto meno il consenso. La politica dei tagli ha eretto un muro che in alcune realtà territoriali è invalicabile».

Così, la sperimentazione a Pisa è abortita prima di nascere. E, alla fine, le province scelte per verificare se decolla finalmente in Italia un sistema premiale per gli insegnanti sono state Siracusa, con 38 scuole, Pavia con 20, Arezzo con 14 e Mantova con cinque. Il periodo scolastico preso in esame è quello delle scuole secondarie di primo grado. «Questo per due motivi. Innanzitutto - prosegue Gavosto – perchè sono le uniche per le quali oggi si dispone di un test d'ingresso, quello della quinta primaria e finale, cioè l'esame di terza media. In secondo luogo perchè le prove dell'Invalsi sono anonime e solo la segreteria dell'istituto è in grado di attribuire il codice all'alunno. Se lo studente cambia istituto, recuperare i risultati alle prove è oggi impossibile».

In altre parole, mancando in Italia l'Anagrafe degli studenti, cioè un una banca dati con la storia scolastica di ciascun alunno, premiare non solo il risultato ma il gradiente di miglioramento è una strada in salita nonostante sia uno strumento indispensabile soprattutto per valutare fino a che punto la scuola stia lavorando bene nei casi più difficili, con gli alunni stranieri e con quelli che presentano disturbi dell'apprendimento. «Le obiezioni del Garante della privacy rappresentano un ostacolo gigantesco – commenta Gavosto -. Ma crediamo si debba andare avanti comunque, ed è quello che abbiamo detto nel nostro Rapporto 2009 sulla scuola italiana. Noi siamo affezionati a un'idea forte, che indipendentemente dalla provenienza geografica e dell'estrazione sociale, ciascuno studente abbia diritto a migliorare la qualità del suo livello di apprendimento. Con insegnanti che vengono premiati se si adoperano in questa direzione».

Alla Fondazione Agnelli toccherà tirare le fila della sperimentazione con un rapporto in cui verranno descritti i criteri di ripartizione del premio nelle scuole ed esaminati le variazioni degli apprendimenti. «E dovremo essere intellettualmente onesti - conclude Gavosto- . Magari scopriremo che a dare soldi non è che le scuole migliorano».

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