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Questo articolo è stato pubblicato il 25 giugno 2011 alle ore 09:53.
L'ultima modifica è del 25 giugno 2011 alle ore 08:14.

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La reazione dei leader europei alla crisi greca è davvero singolare. In sostanza si riduce al fatto che un default sarebbe molto scomodo, sia in termini pratici che in termini di prestigio, e dunque è un'eventualità da escludere, nonostante sia chiaro da tempo che prevenirlo è impossibile.
Cosa faranno allora, cercheranno nuovamente di guadagnare tempo? Non lo so.

Quello che so è che non c'è un'adeguata consapevolezza dei costi che comporta insistere a rimandare il momento della resa dei conti.
Continuo a leggere dichiarazioni di gente che sostiene che posticipare la piena soluzione della crisi greca sta costando centinaia di miliardi di euro, perché le stime del fondo di salvataggio continuano a salire. Ma sono calcoli completamente sballati. Il Fondo di stabilizzazione europeo non è un programma di trasferimenti, è una linea di credito che punta a garantire ai membri dell'euro in difficoltà liquidità sufficiente a superare un ammanco temporaneo di fondi. Dal momento che il problema di base non è questo, le dimensioni del fondo danno la misura dell'illusione di cui è vittima il vecchio continente, ma non rappresentano il costo del salvataggio.

Ma allora quali sono gli oneri reali di questo rinvio? La cosa va affrontata da due punti di vista diversi: quello dei costi per l'Europa nel suo insieme, Grecia compresa, e quello dei costi per l'Europa al di fuori della Grecia.
Per l'Europa, i costi del rimando sono i costi reali per l'economia greca: posticipare il momento di una soluzione realistica del problema del debito significa prolungare il periodo di disoccupazione alta e produzione bassa. Per l'Europa al di fuori della Grecia, i costi del rimando sono legati dalla misura in cui esso ridurrà la somma che Atene alla fine rimborserà ai suoi creditori. Penso si possa affermare con una certa sicurezza che a questo punto chiedere ancora più austerità sia controproducente, anche dal punto di vista degli interessi dei creditori: l'economia greca sta subendo danni a lungo termine, lo scenario politico si sta radicalizzando e le possibilità che il Governo di Atene finisca per mandare a quel paese i suoi creditori e reintrodurre una nuova dracma svalutata aumentano.

In qualsiasi caso, che cosa sta aspettando l'Europa? Perché sei mesi in più di linee di credito e patimenti dovrebbero migliorare la situazione?
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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