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Questo articolo è stato pubblicato il 16 luglio 2011 alle ore 10:05.

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Recentemente ho scovato, in un negozio di libri usati di Norwich, in Inghilterra, una copia del libro di Lionel Robbins del 1934 sulla Grande Depressione, Di chi la colpa della grande crisi?. È piuttosto illuminante: giudizioso nei toni, pieno di tabelle e dati, tutto teso a dare l'impressione di essere opera di un saggio osservatore, di una Persona Tanto Coscienziosa.

E cocciutamente perseverante nell'errore.
«Il primo prerequisito perché l'economia mondiale possa ripartire è ripristinare la fiducia delle imprese», dichiara Robbins. «Ma in che modo si può ripristinare la fiducia?». L'autore prosegue schierandosi contro le politiche monetarie espansive, sostenendo addirittura che così si sarebbe riusciti a sconfiggere la deflazione del 1929-1933.

È una tesi che non ha nessuna spiegazione logica, ma avendo deciso che il problema è "la fiducia", Robbins dichiara che l'espansione della massa monetaria creerebbe "incertezza" e dunque penalizzerebbe la fiducia. Condanna anche i tassi di cambio flessibili, sempre perché creano incertezza e minano la fiducia.

E, dopo aver passato in rassegna il desolante panorama economico del momento, Robbins afferma che la causa della Depressione è l'eccessivo intervento pubblico, e che il rimedio, la mossa necessaria per ripristinare quell'indispensabile fiducia è... rullo di tamburi... un ritorno al gold standard.

A leggere questo libro ci si rende conto di come questo tipo di analisi delle politiche economiche basato sulla superstizione potesse apparire plausibile nel 1934, anche se John Maynard Keynes, pur non essendo ancora quello della Teoria generale, non avrebbe avuto problemi a spiegare quanto fosse in errore Robbins (cosa che infatti fece). Ma speravamo di non dover più essere costretti a ribattere a tesi del genere ai giorni nostri.

Invece, naturalmente, non è così. Un nuovo rapporto della Banca dei regolamenti internazionali, che lancia vaghi allarmi sui comportamenti irresponsabili incoraggiati dal basso livello dei tassi d'interesse, è sulla stessa linea del libro di Robbins nel 1934, ma con molte meno scusanti.
Robbins non aveva a disposizione un quadro generale che gli consentisse di trovare il bandolo di quello che stava succedendo; la Banca dei regolamenti internazionali, come moltissimi economisti vittime di quella stessa sindrome economica analizzata da Keynes (peraltro, perfino un Milton Friedman chiederebbe interventi decisi), ha scelto di ignorare quel quadro generale e giocare un match di Calvinball con la politica monetaria, dove le regole vengono inventate sul momento per giustificare un aumento dei tassi a prescindere dalle circostanze.
Inizialmente avevo pensato di chiudere questo breve articolo con qualche commento sulla stupidità, ma sarebbe sbagliato: gli economisti della Banca dei regolamenti internazionali non sono stupidi.

Qui siamo di fronte a qualcosa di diverso, e peggiore: il desiderio di rispettare le convenzioni prevale sulle lezioni della storia, il pregiudizio indistinto soppianta l'analisi. La storia non avrà pietà di queste persone.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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