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Questo articolo è stato pubblicato il 30 luglio 2011 alle ore 09:10.
L'ultima modifica è del 30 luglio 2011 alle ore 08:13.

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Guardando il modo in cui il nostro sistema sta affrontando la crisi del debito negli Stati Uniti (una crisi in cui ci siamo infilati esclusivamente con le nostre mani, ma che rischia comunque di avere conseguenze disastrose) è sempre più evidente che siamo di fronte all'influenza distruttiva di un culto che ha concretamente avvelenato il nostro sistema politico.

E non sto parlando del fanatismo della destra. O meglio sì, anche di quello. Ma su questa gente la mia opinione è che sono quello che sono; è come criticare il lupo perché è carnivoro. Sono e si comportano come pazzi. No, il culto che considero specchio di un vero e proprio fallimento morale è il culto dell'equidistanza, del centrismo. Pensate a quello che sta succedendo in questo momento. Abbiamo una crisi in cui la destra sta facendo richieste folli e il presidente e i parlamentari democratici cedono terreno per trovare un accordo, offrendo piani fatti solo di tagli alle spese e niente tasse, piani molto spostati a destra.

Eppure i mezzi d'informazione descrivono una situazione in cui entrambe le parti sono faziose e intransigenti allo stesso modo; perché è così che fanno sempre i mezzi d'informazione. E sentiamo influenti opinionisti invocare un nuovo partito centrista, un nuovo presidente centrista che ci salvi dai mali della polarizzazione.

La realtà, naturalmente, è che abbiamo già un presidente centrista, anzi un conservatore moderato. Ancora una volta, la riforma sanitaria - la sua unica riforma importante - è stata modellata sui piani repubblicani, o meglio sui piani della Heritage Foundation, un think-tank della destra. E su qualunque altra cosa (compreso l'errore di dare la priorità al risanamento dei conti pubblici in una situazione di forte disoccupazione) si segue la linea della destra.

Che cosa significa tutto questo? Che non è vero che l'estremismo non paga: la maggior parte degli elettori non effettua studi approfonditi sui problemi per capire che cosa succede veramente, s'informa in modo frettoloso. Mi chiedo che cosa ci vorrebbe per convincere queste testate e questi opinionisti a farla finita con la convenzione secondo cui le colpe sono di entrambi gli schieramenti. Questa è la situazione più chiara e netta che si possa immaginare a parte una guerra civile. Se non basta questo, non basterà nulla.

E sì, penso che sia una questione morale. Quelli del "la colpa è di tutt'e due" sicuramente lo sanno: se rifiutano di dirlo è per paura e per egocentrismo, perché non sono disposti a sacrificare questa loro preziosa posizione super partes. È una spettacolo sconfortante, e la nostra nazione ne pagherà lo scotto.

Di chi è la colpa Un modo semplice per risolvere la crisi del tetto sul debito c'è: gli esponenti più sensati del Partito repubblicano potrebbero sostenere qualcosa di simile al piano proposto da Harry Reid, il leader della maggioranza democratica al Senato, che prevede l'estensione a tutto il 2012 dell'innalzamento del tetto all'indebitamento e la riduzione del deficit di 2.700 miliardi di dollari in dieci anni da realizzare mediante tagli alle spese (si badi che sarebbe comunque un'enorme vittoria per la destra e una sconfitta per i progressisti), e approvarlo con il sostegno di qualche repubblicano e di quasi tutti i democratici. Problema risolto.

Ma probabilmente per quei repubblicani che voterebbero a favore sarebbe la fine della carriera politica. E quindi? Se sei convinto che il default rischia di essere una catastrofe - e i principali esponenti del Partito repubblicano probabilmente ne sono convinti - e non sei disposto a fare quello che ho appena detto, significa che sei pronto a mettere a rischio il futuro dell'America piuttosto di mettere a rischio la tua carriera politica personale. Questa è vigliaccheria di proporzioni epiche, anche se è un genere di comportamento che ormai ci siamo abituati a dare per scontato.

(Traduzione di Fabio Galimberti)
© 2011 NEW YORK TIMES

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