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Questo articolo è stato pubblicato il 22 ottobre 2011 alle ore 08:12.

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Credo sia il caso di fare qualche considerazione su uno degli argomenti più comuni riguardo all'importanza che la Casa Bianca attribuisce alla manipolazione della valuta da parte delle autorità cinesi: parlo, nello specifico, della tesi secondo cui la Cina in realtà non sarebbe direttamente concorrenziale con l'industria americana e dunque un apprezzamento dello yuan servirebbe a poco.

A mio parere questa argomentazione è sbagliata sotto tre punti di vista. Innanzitutto è falso che non vi sia una concorrenza diretta. Recentemente sono uscite diverse notizie su produzioni manifatturiere che erano state trasferite in Cina e ora tornano in America. Il costo della manodopera rimarrà sempre molto più alto negli Stati Uniti, ma ci sono altri vantaggi, specialmente logistici, che possono rendere conveniente eseguire in patria anche produzioni a forte intensità di manodopera.

Il secondo aspetto è che per gli Stati Uniti non è indifferente se una produzione si sposta, per fare un esempio, dalla Cina al Messico. La produzione industriale globale avviene, in larga misura, per conglomerati regionali: un conglomerato asiatico, incentrato su Cina e Giappone, compete di fatto con un conglomerato nordamericano dove le produzioni a forte intensità di manodopera vengono eseguite in Messico o in America centrale.

L'aspetto più importante, però, è che tutta la faccenda va concepita come un problema di adding-up a livello globale. Se la Cina e altri Paesi che manipolano la loro valuta ridurranno il loro surplus commerciale, chi saranno le loro controparti? Le economie emergenti che sono in concorrenza diretta più con la Cina che con gli Stati Uniti in generale non si trovano in una situazione di trappola della liquidità, dove le operazioni di mercato aperto convenzionali hanno perso efficacia perché i tassi di interesse a breve termine sono prossimi allo zero, e devono anzi far fronte a pressioni inflazionistiche.

Di conseguenza, qualsiasi apprezzamento della valuta cinese, anche se come effetto diretto tende a incrementare le esportazioni delle economie emergenti, probabilmente si tradurrà in un apprezzamento corrispondente delle valute di questi Paesi, mettendo in moto una serie di effetti domino che finiranno per forzare l'aggiustamento delle economie vittime di una trappola della liquidità, cioè gli Stati Uniti, il Giappone e l'Europa.
La sostanza è che la politica valutaria cinese conta eccome per il settore manifatturiero statunitense.

I prezzi delle materie prime
Vi ricordate dei prezzi delle materie prime? Non troppo tempo fa, i soliti sospetti citavano il loro incremento come prova di un'imminente esplosione dell'inflazione. I prezzi delle materie prime erano il Reperto A dell'incartamento contro Ben Bernanke, il presidente della Fed accusato di "deprezzare il dollaro"; Paul Ryan, il deputato repubblicano che presiede la Commissione bilancio della Camera dei rappresentanti, invocava una politica monetaria che stabilizzasse il prezzo di un paniere di prodotti (e quindi, in pratica, pretendeva una deflazione negli Stati Uniti mentre la Cina era in pieno boom, ma chi se ne importa).
Mi sembra istruttivo, pertanto, dare un'occhiata a quello che è successo recentemente ai prezzi delle materie prime. Ebbene i prezzi delle materie prime quest'anno hanno subìto un brusco calo. Sono ancora al di sopra dei livelli toccati nel momento più nero della recessione globale, ma non è una sorpresa. Quello che forse sorprende è che sono appena al di sopra del livello del 2007, prima dell'impennata del 2007-2008.
Nell'arco di quattro anni, quindi, la Fed di Bernanke ha più o meno stabilizzato i prezzi delle materie prime: non che sia un buon obbiettivo, ma è quello che è successo.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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