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Questo articolo è stato pubblicato il 24 ottobre 2011 alle ore 09:45.
L'ultima modifica è del 24 ottobre 2011 alle ore 10:24.

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Dopo 12 anni il "Processo di Bologna" che ha introdotto in Italia il "3+2" è più vivo che mai. Per Luigi Berlinguer è addirittura «irreversibile» visto che l'hanno sottoscritto 47 Paesi. Ma per l'ex ministro dell'Istruzione, ora eurodeputato del Pd, è giunto il momento di implementarlo. In due modi: rendendo spendibile in tutti gli Stati membri la laurea conseguita all'interno dei confini nazionali e, soprattutto, smentendo il pregiudizio che con i diplomi triennali non si lavora. Laddove l'esperienza anglosassone dimostra il contrario. Concetti che lui stesso metterà nero su bianco in una risoluzione che sarà a gennaio all'esame dell'assemblea di Strasburgo. E che, in parte, anticipa al Sole 24 Ore.

«Il processo di Bologna che nel frattempo si è ampliato nello Spazio europeo dell'istruzione superiore, ha avviato il percorso verso un titolo di studio europeo – spiega – ma gli Stati ancora si oppongono tant'è che dopo 12 anni esiste solo qualche raro caso di titolo di studio riconosciuto all'estero». A differenza delle merci che non hanno dogana e dell'euro che può essere prelevata a Roma e spesa nel resto dell'Ue, sottolinea Berlinguer, la cultura si scontra ancora con troppe barriere. E per lui questo è «un vulnus visto che proprio la cultura dovrebbe essere universale».

Il fine della risoluzione a cui l'esponente dei democratici sta lavorando sarà proprio quello di impegnare gli Stati membri a far sì che «chi si iscrive all'università di Cipro o di Glasgow possa utilizzare i suoi titoli presso tutta l'Ue». «Se la matematica è matematica ovunque – si chiede Berlinguer – per quale motivo una laurea conseguita in Italia non è riconosciuta in Francia o in Germania?». Quanto alle materie umanistiche e scientifiche, precisa ancora l'ex ministro, «se proprio hanno delle perplessità ci propongano una soluzione che sia europea e non solo italiana».

Altro tema sensibile per Berlinguer è la condizione occupazionale dei laureati di primo livello. A suo giudizio l'idea che con i titoli triennali non si lavora è un retaggio tutto italiano visto che «da decenni i portatori di bachelor in tutto il mondo anglofono lavorano e poi magari decidono di prendere un master». In realtà, come dimostrano i dati pubblicati qui accanto, anche da noi si sta registrando un'inversione di tendenza significativa.

Nel commentarli, Berlinguer fa notare come le stime del consorzio Stella per il 2011 non solo confermino ma addirittura rafforzino quanto dicono Luzzatto e Moscati al punto che la percentuale di laureati di primo livello che lavorano è addirittura aumentato: «Nel Nord Italia – evidenzia – il 53% dei laureati triennali trova lavoro e solo il restante 47% prosegue gli studi». Il panorama completo sarà presentato il 18 novembre a Milano alla presenza dello stesso Berlinguer. All'evento parteciperanno anche Assolombarda e e Confindustria. Una presenza che l'ex ministro giudica importante perché «è ora che anche le imprese si adeguino al sistema delle lauree triennali».

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