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Questo articolo è stato pubblicato il 29 ottobre 2011 alle ore 08:25.

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Ho visitato lo Zuccotti Park, il parco newyorchese dove sono radunati gli indignados americani, il 20 ottobre. Michael Moore ha tenuto un breve discorso, diffuso mediante microfono umano, che è quel sistema in cui un manifestante a portata di udito dal palco ripete quello che sta dicendo l'oratore a beneficio di quelli più distanti. (Per inciso, sento dire che la destra accusa i manifestanti di Occupy Wall Street di essere antisemiti: beh, hanno dimenticato di menzionare l'eccellente band di musica klezmer). Complessivamente, sono rimasto colpito nel vedere quanto poco minacciosa appaia tutta la faccenda: una folla di modeste dimensioni, pacifica, composta in gran parte da giovani (era una serata fredda e ventosa) ma anche con parecchie persone di mezza età, nessuna sporcizia e trasandatezza.

Insomma, non certo il genere di cosa che si penserebbe possa seminare lo scompiglio nella politica nazionale.

Eppure è quello che è successo, e questo può voler dire solo una cosa: l'imperatore era nudo e tutto quello che serviva era una voce onesta e sincera che lo facesse notare.

Quanto a come abbia fatto l'imperatore a denudarsi a tal punto, leggete l'articolo di Ari Berman sul "fronte del rigore" e sul suo predominio a Washington, pubblicato il 19 ottobre su The Nation. Berman parla di «un paradosso importantissimo della politica americana negli ultimi due anni: com'è possibile che nel pieno di una crisi occupazionale enorme - quando è dolorosamente evidente che l'economia non riesce a creare abbastanza occupazione e la stragrande maggioranza dei cittadini vuole che le autorità concentrino le loro iniziative su questo problema - il deficit sia emerso come il problema più pressante?». E aggiunge: «E perché, quando i dati, in tutto il mondo, mostrano chiaramente che le misure di austerity faranno crescere la disoccupazione e ostacoleranno la crescita, invece di accelerarla, i fautori del rigore godono ancora di così tanto credito?».

Una spiegazione la si può trovare nella rilevanza del potente e aggressivo "fronte del rigore", una coalizione di politici, fanatici e opinionisti che si spaccia per moderata ed è considerata, senza possibilità di contestazioni, come la guardiana dell'assennatezza economica.

La cosa davvero straordinaria è che la reputazione di saggezza di queste persone persiste a dispetto delle figuracce in serie che continuano ad accumulare.

C'è stata l'esaltazione dell'"austerità espansiva", una tesi la cui infondatezza economica è stata messa a nudo non solo, come ricorda Berman, da istituti di ricerca come il Center on Budget and Policy Priorities, ma anche dal Servizio ricerca del Congresso e dal Fondo monetario internazionale. Sì, avete capito bene, il Fondo monetario internazionale.

C'è stata l'elevazione a campione della responsabilità di bilancio del clownesco Paul D. Ryan, il presidente della commissione bilancio della Camera dei rappresentanti, e in generale le lance spezzate in suo favore quando già all'inizio del 2010 si era capito che Ryan non era né serio né onesto.

E c'è stato, naturalmente, il fallimento totale sul fronte dei dati economici: le cure di risanamento hanno portato ovunque a un aumento della disoccupazione e gli interessi sui titoli di Stato sono rimasti ostinatamente bassi nonostante la crisi debitoria che secondo questa gente incombeva su di noi.

Berman non spiega fino in fondo le ragioni di questa supremazia del "fronte del rigore", ma la documenta con efficacia. E questo è il punto: è un'egemonia talmente assoluta che le opinioni alternative non vengono neppure ascoltate. Ecco perché qualcosa, qualunque cosa che facesse breccia in questa ideologia poteva produrre un effetto importante.

Grazie, Occupy Wall Street.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

© NYT SYNDICATION, 2011

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