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Questo articolo è stato pubblicato il 09 novembre 2011 alle ore 08:53.
L'ultima modifica è del 09 novembre 2011 alle ore 09:53.
L'Italia ha affrontato la crisi economica globale con l'eredità di quindici anni di lento ma costante declino economico: è il solo grande paese, il Sole 24 Ore lo ha ricordato anche ieri nell'articolo di fondo, in cui la crisi ha distrutto tutta la – pochissima – ricchezza prodotta nei dieci anni precedenti. Se il prodotto interno non ricomincia a salire, il rapporto del debito sul Pil continuerà a crescere e non basterà cambiare un governo per tranquillizzare i mercati. Ma come è possibile che un'economia come la nostra, che entrava nella globalizzazione ricca di capitali – i famosi risparmi delle famiglie – di capitale umano, dell'esperienza di tantissime aziende che avevano fatto la loro fortuna proprio con le esportazioni, ha invece complessivamente arrancato per tutti gli anni 2000?
La spiegazione più semplice attribuisce la colpa all'incapacità dei politici di "fare le riforme", utilissimo (e pigro) capro espiatorio. Eppure, a osservare senza pregiudizi la politica italiana degli anni 90 e dei primi anni 2000 si osserva un'attività riformatrice che non ha eguali, oltretutto portata avanti, al netto del muro-contro-muro mediatico, in maniera sostanzialmente bipartisan. La lista delle riforme sarebbe lunghissima e spazia dalla trasformazione del sistema bancario al mercato del lavoro, dal diritto societario al più vasto piano di privatizzazioni dell'intero Occidente. Eppure, una massa così ingente di riforme ha prodotto un risultato molto deludente: declino della produttività totale dei fattori e del lavoro, declino dell'export, declino drastico della capacità di innovazione comparata. Una riflessione è dunque necessaria perché altrimenti è ben difficile continuare a suggerire cambiamenti sperando che abbiano effetti positivi dato che la gran parte delle riforme citate ha goduto di un consenso vasto. Infatti, solo dettagli (lo "scalone" o le liberalizzazioni delle tariffe) sono stati cambiati da successivi governi. Nella sostanza, nessuna rilevante inversione di politiche è stata mai operata.
Infatti, durante la seconda Repubblica, la gestione della politica economica in Italia e delle sue principali riforme si è risolta in una serie di negoziazioni parziali e parcellizzate, prive di una coerenza di fondo che tenesse assieme in un disegno organico temi diversi tra loro come il mercato del lavoro, il diritto societario, o la disciplina del credito. Ma questi ambiti, apparentemente lontani, interagiscono continuamente nella vita economica reale e producono o sinergie positive – se diversi istituti si supportano l'un l'altro – oppure incentivi perversi – come accade in questo momento al capitalismo italiano.
Un esempio: l'Italia ha adottato un modello tedesco consentendo alle banche di acquisire quote in imprese non finanziarie, funzionale a strategie di business e innovazione basate sul lungo periodo. Successivamente ha adottato il modello anglosassone per la governance delle aziende quotate, funzionale a strategie di business e innovazione profondamente diverse, che privilegiano il breve sul lungo periodo. Si tratta di due riforme in contrasto tra loro che non consentono lo sviluppo di complementarietà positive e, quindi, nel complesso minano la capacità innovativa del paese. Conclusioni simmetriche si potrebbero trarre confrontando le misure sul mercato del lavoro con quelle sulla contrattazione. Il punto è che raggiungere un consenso parziale su singole riforme non è sufficiente a garantire un loro effetto positivo se esse non sono inserite in un disegno coerente.
Ancora oggi, nonostante si stia aprendo, pare, una nuova stagione politica, i principali protagonisti sono saldamente ancorati al modulo della seconda Repubblica: le riforme – qualunque esse siano – si discutono e si elaborano solo insieme a coloro che ne sono coinvolti nell'immediato. Si discute di pensioni solo con i sindacati; si discute di riforma delle professioni solo con gli ordini professionali; si discute di riforma del diritto societario solo con i vertici delle principali aziende, fino al paradosso per cui si discute di abolizione delle provincie con i loro presidenti salvo lamentarsi del fatto che sono contrari.
Naturalmente la politica deve discutere con le forze economiche e sociali dei propri piani, ed è altrettanto naturale che l'alleanza socio-politica che si trova temporaneamente al governo vari politiche a suo vantaggio. Tuttavia, questo, appunto, naturale dispiegarsi e risolversi di conflitti è avvenuto finora molto meno di quel che parrebbe da una superficiale lettura degli infuocati dibattiti televisivi, perché non sono mai emerse visioni politiche organiche – ancorché contrapposte – in grado di informare una stagione di riforme coerenti.
* London School of Economics
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