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Questo articolo è stato pubblicato il 19 novembre 2011 alle ore 08:20.
L'ultima modifica è del 19 novembre 2011 alle ore 09:25.

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Alla metà degli anni Duemila, Alberto Micalizzi poteva legittimamente ritenersi un astro nascente. Dell'accademia e della finanza. Insegnava Finanza aziendale alla Bocconi, dove era universalmente riconosciuto come il pupillo di Maurizio Dallocchio, influente direttore della Scuola di Management, la Sda. Pubblicava paper su opzioni e valutazione del rischio in riviste internazionali. E dopo aver messo a punto un modello di valutazione degli investimenti, aveva lanciato una famiglia di fondi - i Dynamic Decisions.

Con quel pedigrée trovare sottoscrittori non gli era stato difficile, e dal 2005 agli inizi 2008 i suoi fondi erano cresciuti a dismisura. Fino ad arrivare a gestire mezzo miliardo di dollari. Poi il tonfo in stile Madoff. E martedì scorso anche il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza in casa. Micalizzi è indagato dal procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo per associazione a delinquere al fine di commettere truffe aggravate. E si è sospeso dalla Bocconi su richiesta dell'Università.

Avremmo voluto ricostruire le fasi salienti di questa débâcle parlando con lo stesso Micalizzi, ma ci è stato comunicato da un suo portavoce che «per il momento la linea è quella di non esprimersi con la stampa». Faremo perciò da soli. Per i fondi Dynamic Decisions la situazione comincia a precipitare a metà settembre 2008, con il crack di Lehman Brothers. A ottobre Micalizzi è costretto a prendere in considerazione una "deviazione" dal suo modello e dalla strategia dichiarata nei prospetti - in inglese si chiama style drift - e comprare obbligazioni emesse da una sconosciuta società americana chiamata Asseterra. Alla fine di una girandola di transazioni, arriverà a pagare 6,25 milioni di dollari dei bond iscritti al valore di libro di mezzo miliardo.

È una mossa chiaramente disperata. Anche perché, come ha spiegato Il Sole 24 Ore nella prima puntata di questa inchiesta, quei bond sono pura carta straccia. Ma Micalizzi punta a trovare nuovi sottoscrittori pronti a mettere liquidità fresca in fondi che, come quelli di Bernie Madoff, continuano ancora a dichiarare «rendimenti molto buoni e stabili». E dove andarli a cercare se non nella sua Milano? In quel momento di grande tensione, i gestori operano in stato di allerta. Ma nessuno sa più dove mettere i soldi, e i rendimenti costanti dei fondi di Micalizzi fanno venire la tentazione anche a chi ha motivi per stare in guardia, come gli amministratori di Independent Global Managers, Igm, una Società di gestione del risparmio (Sgr) milanese lanciata a fine anni '90 dall'ex dirigente di JP Morgan Francesco Murgiano.

Igm aveva già investito in Enis Beta Neutral, un fondo del gruppo Nextra-Intesa di cui Micalizzi era stato advisor. E quell'esperienza si era chiusa male. «Per un po' era andato tutto bene ma poi arrivarono alcuni mesi con risultati non particolarmente buoni. Micalizzi ci spiegò che aveva sospeso il suo modello quantitativo per fare invece scelte cosiddette qualitative, e cioè fuori modello. Era uno style shift che anziché tranquillizzarci ci preoccupò. Per questo decidemmo di uscire», rivela a Il Sole 24 Ore una persona che all'epoca era in Igm.

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