Storia dell'articolo
Chiudi
Questo articolo è stato pubblicato il 23 dicembre 2011 alle ore 07:55.
L'ultima modifica è del 23 dicembre 2011 alle ore 07:25.
Nemmeno i banchieri centrali credono che la pur massiccia fornitura di liquidità alle banche realizzata mercoledì dalla Bce possa risolvere da sola la crisi europea. Gli effetti di quest'azione, ha osservato ieri il governatore della Banca d'Inghilterra, Mervyn King, si vedranno nei prossimi sei mesi.
E anche così, serviranno ad allentare le tensioni sulla racccolta nella banche solo nel breve termine, come ha riconosciuto ieri dopo una riunione a Francoforte l'Esrb, l'organismo che riunisce le autorità di vigilanza europee. Gli osservatori più ottimisti ritengono che, insieme a un'operazione analoga già programmata per fine febbraio, servirà a togliere le banche dal mercato per tutto il prossimo anno.
Nel lungo termine, però, i flussi dovranno tornare da fonti private. E non c'è verso che questo accada se non si attenuerà l'estrema avversione al rischio cui stiamo assistendo ora. E quindi se non si avvierà a soluzione la crisi del debito sovrano, cui la situazione delle banche è inestricabilmente legata.
Qui si passa dall'ambito tecnico a quello della politica e purtroppo i risultati di questo anno e mezzo sono stati pessimi. Decisioni sbagliate e intempestive, come l'imposizione di perdite ai creditori privati della Grecia, o le nuove regole sul capitale delle banche (soprattutto per la valutazione a prezzi di mercato di debito pubblico che già non trovava compratori). Ma soprattutto decisioni prese, poi rimangiate, oppure mai attuate.
Il caso più emblematico, e quello che probabilmente ha fatto più danni alla credibilità dell'eurozona nei confronti dei mercati finanziari, è il fondo salva-Stati Efsf. Investito di funzioni ogni volta diverse (la ricapitalizzazione delle banche, il riacquisto del debito pubblico, anzi no, la sua assicurazione), privo di una dotazione di risorse che consentisse l'adempimento anche di uno solo di questi compiti, finanziato a parole, anche furbescamente, sempre con i soldi di altri (i Paesi emergenti, il Fondo monetario, la Bce), l'Efsf resta una grande incompiuta. Da gennaio, la Bce gli darà un supporto operativo di cui ha estremo bisogno, ma che non può funzionare neppure quello se non c'è un indirizzo preciso e soprattutto se non si chiarisce come potrà incastrarsi con la nascita anticipata del suo successore, l'Esm, ora prevista per metà dell'anno prossimo.
A livello europeo, i tecnici non sono esenti da colpe in questo anno e mezzo di crisi, ma è certo che neppure una loro attuazione impeccabile (i due tagli dei tassi della Bce e l'operazione di mercoledì sono senz'altro mosse azzeccate) può bastare a salvare l'eurozona in assenza della politica. Le cui scelte sono state finora tardive e insufficienti. Chi ne paga il conto ora è anche l'economia reale.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Permalink
Ultimi di sezione
- La spirale da spezzare per ripartire
- Un patto in sei punti per la crescita europea
- Un'urgenza: doppio turno elettorale per la
- La riforma agrodolce per la lotta alla corruzione
- Un innovatore di nome Falcone
- Il bel tempo come compagno delle aspirazioni di
- Italia «ingessata» e più povera
- Priorità alla crescita perfino in Cina
- Il tributo del premier a una valida proposta
- Lettere







