Il Sole 24 Ore
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28 dicembre 2011

Non si torni a scherzare con il fuoco


Ma come? Abbiamo fatto una manovra da brivido (soprattutto fiscale), ci siamo imposti l'anticipo del pareggio di bilancio al 2013, abbiamo varato una storica riforma delle pensioni che è diventata l'esempio da seguire in tutta Europa (Germania compresa) e abbiamo gettato anche qualche seme importante per far ripartire la crescita.

Insomma abbiamo fatto bene i compiti a casa ma il termometro (lo spread tra i BTp a dieci anni e i Bund tedeschi) è sempre lì che segnala per l'Italia febbre alta nonostante, come si dice, la cura "da cavallo". Qualcosa non torna. Era meglio tenersi un governo politico paralizzato? L'esecutivo dei professori è buono per la teoria e non per la pratica? Quest'Europa ci soffoca, le diamo un bel calcione?

Ci sono diversi modi per analizzare la persistenza di "quota 500" (e oltre, che significa un rendimento del BTp decennale intorno al 7%) mentre tra oggi e domani vanno all'asta titoli pubblici per 20 miliardi.

Il primo è quello che tra una strizzata d'occhio e un sondaggio politico in mano post-manovra fa finta di non capire cosa sarebbe successo se la cura "da cavallo" non fosse stata somministrata. Semplicemente il paziente, fosse stato anche un poderoso quadrupede, sarebbe defunto. L'analisi controfattuale svolta sul Sole 24 Ore alla vigilia di Natale dal Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco è stata su questo punto chiara e inequivoca. Il Paese era avviato al tracollo, come ha affermato da subito lo stesso Mario Monti, tanto da mettere a rischio il pagamento degli stipendi pubblici. Nessuno del governo precedente, a partire da Silvio Berlusconi e da Giulio Tremonti, ha smentito. Segno che era vero.
Ed era ugualmente chiaro che l'Italia (sulle cui spalle pesa in ultima istanza il destino dell'euro e dell'Europa, come ha scritto ieri il "Washington Post") sarebbe rimasta, anche dopo l'entrata in carica del nuovo governo, una "sorvegliata speciale" in un'Europa disorientata, a corto di leadership e messa sotto pressione dai mercati che non vedono vicina la soluzione della crisi da debito sovrano. Noi lo abbiamo scritto, ed i fatti ci hanno dato ragione. Ci portiamo dietro il terzo debito pubblico del mondo e può far comodo anche ai Paesi storicamente più "virtuosi" ma oggi in difficoltà, puntare il dito contro l'Italia.

La persistenza di "quota 500" dello spread significa anche questo, ed è bene guardare alla realtà per quella che è e non per quella che vorremmo. Può dispiacere, ma è un fatto.
Ribaltare quest'impostazione e al tempo stesso difendere la coerenza dei compiti fatti a casa, richiede per il nostro Paese un grande impegno: del governo, certo, ma anche della maggioranza che lo sostiene in Parlamento e delle forze sociali. Un impegno bifronte: in Italia ed in Europa.

A Roma il percorso è obbligato. Dalla crisi si esce con i conti pubblici in ordine e con la crescita. Il Governo ha dato una scossa fortissima sul piano fiscale ed ha solo avviato le condizioni per lo sviluppo. Ora deve spingere con altrettanta forza sulla crescita, avendo come bussola ciò che proprio il professor Monti affermava nel maggio scorso: meno barriere all'entrata, meno privilegi e rendite per gli inclusi, più possibilità d'ingresso per gli esclusi e per i giovani, più spazio al merito e alla concorrenza. Insomma un'economia più competitiva, una società più aperta, più inclusiva e più equa.

Il tempo è poco, per non dire nullo, e colpisce che dentro la maggioranza s'infittiscano i distinguo, proprio alla luce di "quota 500" dello spread. Quasi si fosse già dimenticato che a questo grado di allarme si è arrivati per la paralisi della politica e che ci sia una soluzione alternativa a portata di mano. Una soluzione diversa (un rigore un po' meno rigoroso?, riaprire il capitolo delle pensioni, come chiedono i sindacati?) non c'è. Conviene piuttosto tenere d'occhio le aste dei prossimi mesi. Cento miliardi di titoli pubblici da sottoscrivere tra febbraio e marzo ci prospettano oggi l'unico l'orizzonte possibile, ancorché corto e scomodo.

Percorso obbligato anche in Europa. Per la parte che può svolgere, l'Italia non può che essere favorevole ad una svolta vera, politica in senso federale, anche a Bruxelles. L'unione fiscale, quella dei conti pubblici in ordine, da sola non basta, come non bastano le manovre della Bce – sono utili anche se restano nei limiti che le sono consentiti – per ridare fiato all'economia passando per una formidabile iniezione di liquidità nelle banche. Che continuano a non fidarsi tra di loro, visto che preferiscono depositare oltre 400 miliardi (al tasso del solo 0,25%) nelle casse di Eurotower invece di movimentare il mercato interbancario. Gli accordi intergovernativi, una Bce con le mani legate ed un'Europa senza eurobond, non risolvono la crisi da debito sovrano. I mercati lo sanno, e non fanno sconti. A nessuno.


28 dicembre 2011
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