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Questo articolo è stato pubblicato il 09 gennaio 2012 alle ore 08:19.
L'ultima modifica è del 09 gennaio 2012 alle ore 11:21.

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Per una volta che si parla di start-up, di nascita di nuove imprese, mille volte si grida in Italia alla mancanza di posti di lavoro. Eppure, è l'alta natalità imprenditoriale ad assicurare un abbondante raccolto occupazionale.

Secondo i dati resi noti negli Usa dalla National venture capital association, sono in particolare le start-up sostenute dal capitale di rischio e con meno di 20 addetti ad alimentare nuovi posti di lavoro. A far salire il tasso di occupazione non può allora che essere un'Italia più avventurosa, con imprenditori e investitori disposti a correre maggiori rischi, politici in lotta contro la protezione degli interessi particolari, imprese dominanti pronte alla sperimentazione e consumatori curiosi di provare cose nuove.

Ma in Italia è ancora notte fonda. Sono scarsi i semi offerti dal capitale di rischio, mentre l'aratro delle misure governative non ha negli anni preparato quel terreno affinché soprattutto tra i giovani potessero manifestarsi aspirazioni imprenditoriali e tradursi in attività d'impresa le loro attitudini.

La parola "start-up" ha fatto un timido ingresso nel Governo Monti che punta sulla semplificazione delle procedure per la nascita di nuove imprese. Resta però tutto da disboscare il terreno dei fondi pubblici che – come denunciato dall'Associazione europea del venture capital – tendono a distorcere il mercato delle start-up, essendo caricati di obiettivi politici e influenzati da gruppi di pressione. Ciò che per diversi rivoli porta acqua solo al mulino dei tanti consulenti e delle agenzie d'intermediazione dei fondi che si affollano al capezzale del nascituro imprenditore e di quello in fasce. È così che continuiamo ad arretrare nella classifica annuale della Banca mondiale sulla facilità di far partire nuove iniziative imprenditoriali. In un anno siamo scesi dal 68° al 77° posto. E non c'è da consolarsi nel vedere la Germania 98ª. Perché, se per i tedeschi il costo da sostenere per il take off imprenditoriale è il 4,6% del reddito pro capite, da noi esso vola al 18,2%. Gli altri due grandi della Ue si trovano in alta classifica: il Regno Unito è 19° e la Francia 25ª, con un costo rispettivamente dello 0,7 e dello 0,9%.

Prevista dal nuovo Governo, la detrazione di imposta del 19% per le persone fisiche che dichiarano oltre 100mila euro e investono in fondi di venture capital o in start-up è una goccia nel grande lago in cui si immettono i capitali di rischio e le nascenti imprese innovative. I confronti internazionali sono per noi scoraggianti. In cima alla graduatoria Ocse c'è Israele, che destina lo 0,18% del Pil al finanziamento delle start-up. Seguono Usa, Svezia e Finlandia. I nostri cugini d'oltralpe beneficiano di forti sconti fiscali se investono in fondi di venture capital o direttamente nelle start-up. L'imposta sulla ricchezza subisce un taglio del 75% per un investimento di pari ammontare. Non sorprende quindi che la Francia abbondi di capitali di rischio, con 2 miliardi di euro raccolti in un solo anno. Altre nazioni imprenditoriali si stanno prepotentemente affacciando sulla scena dell'imprenditoria globale. Con la Cina e l'India, si scorgono all'orizzonte Brasile, Corea del Sud e Turchia. Nella Silicon Valley suscita timore l'aggressività degli imprenditori cinesi che si accingono a superare gli americani nella corsa all'innovazione. Ancor più impegnative per l'Occidente sono le sfide imprenditoriali lanciate dalle diaspore cinese e indiana. Il numero dei cinesi espatriati supera la popolazione francese. Gli indiani sono in tutto il mondo. Gli uni e gli altri formano reti imprenditoriali con le loro famiglie allargate in patria, dando così vita a imprese che connettono la madrepatria col mondo.

Il futuro delle nazioni imprenditoriali è plasmato dalla mobilità dei talenti. Attrarli entro i propri confini è una guerra che vede Usa e Cina rivaleggiare per il primato. In uno scenario così competitivo, l'Italia potrebbe giocare la carta della creatività. Tuttavia, come in Cina, il nostro sistema educativo insegna più a imparare che a scoprire le risposte. Ancora, al pari dei cinesi, la gerarchia e l'anzianità pesano tanto da noi da soffocare sul nascere l'intraprendenza creativa dei giovani. E voler monetizzare a breve, come i cinesi, il nostro investimento a scapito dell'innovazione è un vizio da dismettere giacché ci preclude la strada altrove percorsa dai business angels, che mettono denaro e impegno a servizio dei giovani talenti imprenditoriali.

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