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Questo articolo è stato pubblicato il 15 gennaio 2012 alle ore 13:18.
L'ultima modifica è del 15 gennaio 2012 alle ore 14:08.

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Sto scrivendo un libro sui naufragi e i relitti disseminati nei mari del mondo. Ad ogni drammatico episodio la stessa considerazione, quant'era mortalmente pericoloso navigare un tempo.

Oggi tutto è diverso: ogni nave è una centrale di ogni genere di strumenti. E non solo i transatlantici, ma anche barche e barchette sono dotate di ogni genere di strumento, il mare è domato dalla tecnologia, il rischio, l'avventura, anche l'imprevisto sono solo ricordi d'altri tempi.

Pensieri orgogliosi che ripetiamo anche davanti agli aerei che ci portano non solo in poche ore, ma in assoluta sicurezza su catene alpine, ghiacci polari, oceani.
L'incidente, la catastrofe o anche solo un fastidioso contrattempo sono ricordo di tempi passati.

Invece no. Non è vero. O meglio è tutto vero, la tecnologia di oggi è addirittura fantastica e presuntuosamente supponiamo che i mille astuti strumenti di anno in anno più straordinari non potranno mai cancellare la forza e tantomeno l'imprevedibilità degli ambienti naturali. Ne siamo, è vero, sempre più padroni, mai però lo saremo del tutto. Nelle pagine che sto scrivendo narro di naufragi dovuti alle tempeste o a fitti banchi di nebbia o allo smarrimento di un timoniere o a una debolezza di una costruzione, ipotesi assurde: oggi le nostre navi immense se la ridono dei temporali e delle tempeste, i timonieri non possono sbagliare sorretti come sono da cento strumenti perfetti e i cantieri costruiscono con acciai e altri materiali invincibili.

Ma improvviso, ecco un evento come quello di cui stiamo vedendo, increduli, le immagini trasmesse dalla televisione, ci chiediamo allora come e perché, e di certo ci sarà un'inchiesta e qualcuno ci spiegherà e tutti noi decideremo.

A me in questo momento viene alla memoria un relitto di una nave romana del primo secolo finito sugli stessi scogli davanti all'Isola del Giglio, ne osservammo quei resti sul fondo e ci chiedemmo come avesse potuto sbagliare quel timoniere un ingresso di quel porto tanto facile.
Sono stupefatto, ma non riesco a non pormi la stessa domanda venti secoli dopo.

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