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Questo articolo è stato pubblicato il 20 gennaio 2012 alle ore 07:46.
L'ultima modifica è del 20 gennaio 2012 alle ore 07:53.

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«Che cosa possiamo fare?». «Niente», fu la risposta. Il brevissimo dialogo, tratto dall'immortale saga della Fondazione - il capolavoro fantascientifico di Isaac Asimov - si riferiva alla minaccia di distruzione che pendeva sul pianeta Terminus, mentre si avvicinava la potente flotta dell'Impero galattico guidata dal generale Bel Riose. Come difendersi? Quella risposta («Niente») non era indice di rassegnazione. Al contrario, chi la pronunciava aveva dalla sua parte l'arma più invisibile e potente che ci sia, un'arma che gli storici - ma non i generali - sanno apprezzare. Chi auspicava quel che sembrava inazione sapeva che non sono le armi che vincono le battaglie, sapeva che gli avvenimenti sono plasmati dalle correnti profonde della storia, e, data la ferrea convinzione che la sopravvivenza della 'Fondazione' fosse storicamente inevitabile, si trattava solo di attendere fiduciosi i tempi e i modi di quell'inevitabile salvezza.

Si vorrebbe che la stessa incrollabile fiducia ci guidasse, come stella polare, mentre attendiamo l'esito della crisi europea. L'Europa è minacciata di disgregazione? Il progetto dell'euro, tappa gloriosa nel processo di integrazione del nostro amato continente, rischia di disgregarsi anch'esso nelle sabbie mobili dei nazionalismi e degli ideologismi?

Materia per la fiducia ce ne sarebbe. Conosciamo tutti la famosa frase di Jean Monnet - «L'Europa si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate alle crisi» (e se questa non è una crisi...!). E sappiamo quanto grande è il capitale politico investito nella moneta unica e nel progetto stesso dell'integrazione europea. Un progetto che usa gli aspetti economici come cesoie per tagliare il filo spinato dei rancori antichi, per asciugare il sangue sparso in secoli di guerre intestine, per infittire gli interessi comuni aprendo così porte e vie ad altre comunanze, sociali e culturali, gradini indispensabili per approdare al sogno europeista dell'unificazione politica.

La ragione ci spinge alla fiducia, alla convinzione che nessun leader degno di questo nome vorrà assistere inerme allo sgretolamento di quel progetto, all'appannamento di quel sogno. Ma oltre alla ragione c'è il cuore, e il cuore non può, non deve, guardare senza reagire a quel che sta succedendo. Come tutti sappiamo, al centro del problema c'è la Germania. Un Paese cui l'Europa, culturalmente, deve molto. Un Paese che deve molto all'Europa, ché molto - lo dice la storia passata - ha da farsi perdonare. Un Paese che in momenti-chiave della storia recente ha saputo tenere la barra diritta e imprimere la rotta giusta al vascello dell'integrazione.

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