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Questo articolo è stato pubblicato il 28 gennaio 2012 alle ore 09:30.

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di Paul Krugman
Steve Benen, un editorialista del Washington Monthly, ha osservato che Mitt Romney è un candidato pessimo sotto tutti i punti di vista, ma non disastroso come i suoi avversari. Benen aggiunge: «Mi viene spesso da chiedermi come sarebbe la corsa alla nomination repubblicana quest'anno se Romney avesse almeno un avversario credibile». Ma non può avere un avversario credibile! La debolezza dei candidati repubblicani non è un caso.

Io ho una teoria sulla corsa alle primarie del partito dell'elefantino: la Fof, cioè "folli o fraudolenti". Funziona così: per essere un bravo repubblicano in questo momento sei costretto ad affermare la tua fede in cose che qualsiasi politico anche solo mediamente intelligente sa benissimo che sono prive di qualsiasi fondamento. Questo lascia spazio solo per due tipi di candidati: quelli che semplicemente non sono abbastanza intelligenti e/o razionali da capire il problema e quelli cinici a livelli inconcepibili, pronti a dire qualsiasi cosa pur di vincere.
Di che genere di cose sto parlando? Beh, si va dalla convinzione che il presidente Obama sia un socialista che distruggerà l'America con la sua bieca riforma sanitaria alla convinzione che la disoccupazione sia alta perché gli sfaticati preferiscono vivere con il sussidio di disoccupazione. Sui problemi di finanza pubblica i candidati sono obbligati a sostenere che sia possibile tagliare drasticamente le tasse, non intaccare la spesa militare ed eliminare il deficit, il tutto senza penalizzare gli elettori repubblicani che beneficiano del Medicare.

Il risultato è che ci ritroviamo da un lato con personaggi discretamente ottusi come Rick Perry, il governatore del Texas da poco ritiratosi dalla corsa delle primarie, e dall'altro con il supercinico Romney (Newt Gingrich riesce a essere folle e fraudolento al tempo stesso). Forse, ma soltanto forse, il Partito repubblicano avrebbe potuto trovare qualcuno in grado di raggiungere i livelli di cinismo di Romney riuscendo ad apparire sincero, ma un talento politico di questa portata è cosa rara. La debolezza dei candidati repubblicani, per farla breve, è un limite strutturale. Se l'economia non navigasse ancora in pessime acque, non avrebbero la minima possibilità.
Le tasse di Romney. Più o meno come ci si aspettava: nel 2010, il reddito lordo ragguagliato di Romney è stato di 21,6 milioni di dollari, tre dei quali li ha versati in tasse (con un'aliquota del 13,9%). Non potrà esimersi dal fornire i dati degli anni precedenti, se non altro per allontanare i sospetti che abbia cominciato a ripulire il suo portafoglio in vista della corsa presidenziale.

Gli apologeti della destra ora cominciano a dire che le tasse che paga Romney in realtà non sono basse, perché bisogna calcolare anche quelle che le aziende hanno pagato in vece sua. Ma è una tesi sbagliata almeno sotto due aspetti. Innanzitutto 13 di quei 21,6 milioni di dollari sono commissioni di performance, che vengono considerate come plusvalenze, ma in realtà sono pure e semplici commissioni che godono di un trattamento fiscale di favore assolutamente ingiustificato. Su quel reddito Romney non ha pagato nessuna tassa sui profitti: un sistema decente gli avrebbe fatto pagare 2,6 milioni di dollari in più.

In secondo luogo, proprio l'altro giorno i soliti sospetti chiedevano tagli consistenti delle imposte sulle imprese, sostenendo che queste tasse in realtà non ricadono sugli azionisti, ma soprattutto sui lavoratori e sui consumatori. Ora scopriamo improvvisamente che invece ricadono sugli azionisti. Interessante.
Nel frattempo, lo staff elettorale di Romney sta cercando di presentare tutta la faccenda come «Romney paga un mucchio di tasse!». Ma davvero ci considerano così stupidi?
P.S.: Sì, l'aliquota che pago io è molto più alta di quella che paga Romney. E vorrei che fosse aumentata ulteriormente.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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