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Questo articolo è stato pubblicato il 11 febbraio 2012 alle ore 09:45.
L'ultima modifica è del 11 febbraio 2012 alle ore 08:14.

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Il nuovo articolo di Ryan Lizza sulla politica dell'amministrazione Obama è stato pubblicato sull'ultimo The New Yorker. Uno dei documenti su cui si basa il pezzo di Lizza è un memorandum del dicembre 2008 di Larry Summers (l'ex direttore del Consiglio economico nazionale), per il presidente Obama, sulle dimensioni e la composizione delle misure di stimolo; Ryan mi ha sottoposto il suo pezzo per avere la mia opinione.

L'elemento a mio parere più significativo di quel memorandum è che sembra smentire la versione che racconta la Casa Bianca adesso riguardo all'inadeguatezza degli stimoli di bilancio e cioè che sapevano che bisognava fare di più, ma che dovevano fare i conti con la realtà politica (per il memorandum: sito web www.newyorker.com).
Il testo sostiene, al contrario, che un pacchetto di misure di stimolo più consistente sarebbe stato controproducente dal punto di vista economico, a causa della "reazione dei mercati". In altre parole, Summers e compagnia avevano paura dei fantomatici bond vigilantes, le forze occulte che vigilano sui mercati obbligazionari, pronte a punire chi sgarra.
E se c'è un giudizio sulla realtà politica, nel memorandum, va semmai in senso opposto: se il pacchetto di stimoli si rivelerà troppo grande sarà un problema far tornare l'economia alla normalità, ma se si rivelerà troppo piccolo potremo sempre tornare al Congresso e chiedere l'approvazione di altre misure. Era un approccio naïf e l'avevo detto da subito.

Che un pacchetto di stimoli più consistente fosse impossibile per ragioni politiche è una tesi legittima, ma non era questo quello che diceva allora la Casa Bianca. Non voglio tornare a insistere su questo tema: è tutta acqua passata e ormai nessuno dei componenti della squadra originaria è ancora al suo posto. E inoltre Obama si è chiaramente dato una svegliata, come documenta lo stesso Ryan. Consideratela una nota a margine sugli errori che sono stati fatti.
Jared Berstein, economista e senior fellow del Center on Budget and Policy Priorities, sostiene giustamente che in realtà Summers non aveva paura dei fantomatici bond vigilantes. È anche la mia lettura, ma – ripeto – è acqua passata. Un problema dell'interpretazione del memorandum è che sembra un collage malriuscito di cose di varie persone: ho detto a Lizza che mi sembrava di essere un esegeta biblico che cercava di individuare quali passaggi erano dell'autore S, quali dell'autore O e quali dell'autore R. Quelli con cui concordo di più probabilmente sono di R, quelli che non mi piacciono probabilmente sono di O.

Bernstein ha ragione quando dice che l'errore di giudizio più grande è stata l'incapacità di riuscire a leggere la feroce conflittualità della situazione. Bernstein ha scritto sul suo blog On the Economy, il 23 gennaio: «Larry aveva torto, come me e tanti altri, a pensare che sarebbe stato più facile aggiungere che togliere. L'evoluzione di quell'idea è al centro dell'incisiva analisi di Lizza, che in sostanza è una dissezione della polarizzazione di cui oggi siamo prigionieri. Bisogna riconoscere che pochissimi di noi si sono accorti della dinamica che si stava creando».
Questa per me è una cosa sconvolgente e sconfortante, perché pensavo che fosse evidente che bisognava ottenere subito un successo tangibile, altrimenti non sarebbe stato possibile fare niente di più. E tutto ciò, mi spiace dirlo, è responsabilità di Obama. Il presidente è arrivato alla Casa Bianca convinto, nonostante l'evidenza, di poter trascendere la polarizzazione. Era la cosa che più mi preoccupava di lui nella campagna delle primarie, nel 2008: e la sua riluttanza a rinunciare a questa visione ha prodotto danni gravissimi in quei primi mesi cruciali.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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